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“L’oro di Napoli”, il ritratto dell’animo partenopeo dalla penna di Marotta all’occhio di De Sica

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La sfida di De Sica: raccontare il popolo di Napoli al di là dell’oleografia

Sono passati poco più di sessant’anni da quel 23 dicembre del 1954; quel giorno usciva nelle sale un film che molti critici di allora definirono un azzardo di uno dei maestri del neorealismo, Vittorio De Sica, dove azzardo non era sinonimo di sperimentazione, ma di declino verso quel cinema che già in quegli anni si diceva venisse fatto apposta per compiacere il pubblico.

Al maestro veniva imputato il fatto di affidarsi alla maschera di Totò, allora tutt’altro che apprezzato e per niente sdoganato dalla critica, alle forme prorompenti di una diciannovenne napoletana alle prime armi, tal Sofia Loren, nonché ad un’immagine oleografica della città di Napoli e ad una banalizzazione dei suoi problemi.

Molti di quelli che usavano questa terminologia per punzecchiare la sensibilità di De Sica non solo non avevano ancora visto la pellicola, e ne parlavano a prescindere, ma non si erano degnati nemmeno d’informarsi sulla pubblicazione da cui il regista aveva tratto gli episodi di vita vissuta che aveva deciso di trasporre in immagini.

Il libro in questione, ‘L’oro di Napoli’, da cui il nome del film, è una raccolta di racconti che mettono a nudo le debolezze storiche del popolo partenopeo, la sua assoluta voglia di libertà che, prima o poi, sfocia in rivolta o in gesti emblematici e significativi e quasi sempre eclatanti e rimbombanti, l’astuzia troppe volte sorella gemella di quell’ingenuità per cui si è capaci di credere di essere sempre più furbi degli altri mentre questi, magari, all’insaputa dell’interessato gliela stanno facendo sotto il naso… il ciuccio, in questo caso più che il cane, che si morde la coda.

L’opera di Giuseppe Marotta è toccante e formidabile nella sua semplicità, genuinità e principalmente perché chi è napoletano o chi conosce bene i napoletani vede in queste pagine nient’altro che cronache reali dello spaccato di vita e pensiero partenopeo.

E chi altri se non il regista di ‘I bambini ci guardano‘, ‘Ladri di biciclette‘, ‘Sciuscià‘, ‘Umberto D.‘, ‘Miracolo a Milano poteva azzardarsi a dare forma a questi scampoli di realtà di quella Napoli da cui era stato letteralmente rapito negli anni a cavallo della seconda guerra mondiale?

VITTORIO DE SICA IN UNA SCENA DEL FILM L ORO DI NAPOLI

I personaggi creati da Marotta esaltati da interpretazioni superbe

Vittorio De Sica vinse la scommessa e fece ricredere parecchie di quelle persone inizialmente scettiche sul progetto, oltre ad avere un considerevole riscontro nelle sale.

Cinque episodi – inizialmente erano sei ma la sequenza riguardante Il funeralino fu eliminata perché considerata deprimente per un pubblico natalizio, periodo in cui il film arrivò in sala – che rievocano il pittoresco mondo dei bassi napoletani, così come descritti da Marotta, passando dalle vicende della bella pizzaiola Sofia Loren, alle prese con un anello perso in Pizze a credito, a ‘I giocatori che narra la febbre del gioco di un nobile decaduto, interpretato magistralmente dallo stesso De Sica, pronto ad impegnarsi tutti gli averi, che in realtà non possiede, per una partita a “scopetta” con un bambino tanto precoce quanto fortunato. Lepisodio forse più malinconico, con accenti esistenzialisti più che da commedia, è Teresa che vede protagonista la brava Silvana Mangano nei panni di una prostituta sposata da un giovanotto della Napoli bene per volontà di espiazione.

Capolavori di recitazione, di sintesi della filosofia napoletana e di capacità di tecnica registica sono gli episodi in cui a farla da padroni sono due simboli della cultura del Novecento.

Ne Il guappo Totò interpreta un padre di famiglia che per campare fa “il pazzariello”, figura storica a Napoli, utilizzata per inaugurazioni e feste con banda al seguito e riconoscibile dal grido “Attenzione! Battaglione!”, che è costretto ad ospitare in casa il boss del quartiere servito e riverito come fosse il padrone, fino a quando orgoglio e insofferenza non cominciano a farsi sentire;

Ne Il professore si materializza il teatro di Eduardo De Filippo, che rielabora per il cinema molti dei simboli della drammaturgia eduardiana rievocandola con poche battute e disegnandosi addosso un personaggio incredibile, il professore del titolo, da cui la povera gente del quartiere va per chiedere consigli, per risolvere piccole e grandi questioni del quotidiano, dalle necessità basilari di ogni essere umano agli abusi dei prepotenti che, come insegnerà il professore, possono essere spazzati via con una efficientissima cura di pernacchi – ma quelli fatti bene! – che, per la loro irriverenza, possono risultare molto più dolorosi della stoccata di una molletta, coltello.

La rappresentazione di una città unica, ”la più fotogenica, la più umana d’Italia e del mondo

Sceneggiato dallo stesso Marotta con Cesare Zavattini, ‘L’oro di Napoli’ comincia con una didascalia: “Voi vedrete in questo film luoghi e gente di Napoli. Infiniti sono gli aspetti splendidi e umili, tristi e gioiosi dei vicoli partenopei.
Noi ne mostriamo soltanto una piccola parte, ma troverete ugualmente tracce di quell’amore di vita, di quella pazienza e di quella continua speranza che sono l’oro di Napoli.

Nella pellicola di Vittorio De Sica la città subisce:

un’attenta analisi geografica e l’occhio dell’autore avvicina personaggi lontani fra loro per classe sociale (Totò pazzariello che insorge contro il camorrista), indole (la pizzaiola Sofia alle prese con il marito, Giacomo Furia, tradito ma più interessato all’anello perduto dalla moglie che alla sua fedeltà), attese (il professore che elargisce consigli alla popolazione del quartiere come stratagemmi risolutivi dei loro problemi).

I veri protagonisti sono coloro che sanno emergere da situazioni esasperate (la ragazza di strada che sposa un giovane vedovo ricco), dall’osservanza ai riti funebri (il funerale del bambino che la mamma vuole celebrare con tutti gli onori) e alle regole di un’aristocrazia ormai decadente (il Conte interdetto dalla moglie per il suo vizio inguaribile del gioco d’azzardo costringe il piccolo figlio del portinaio a giocare con lui a carte venendo puntualmente battuto).

La volontà di sopravvivere come gesto di ribellione e poi di accettazione, è il segno della capacità di adattamento dell’uomo napoletano, e la città del Vesuvio è la rappresentazione ideale di uno spazio capace di resistere nonostante le numerose problematiche sociali.
Tratto da Paesaggi, Passaggi e Passioni di Mirco Melanco

Grazie all’associazione “Amici di Vittorio De Sica” e alla collaborazione di Aurelio De Laurentis, titolare dei diritti del film, ‘L’oro di Napoli’ è stato restaurato, e, presentato in occasione delle celebrazioni per il bicentenario della Provincia di Napoli, in questa nuova versione, nella splendida cornice del Teatro San Carlo con un parterre di celebrità ed addetti ai lavori tra cui spiccava Sofia Loren, protagonista della pellicola e a maggior ragione madrina della serata.

Da sottolineare che nella versione riportata alla luce il film ritrova tutti e sei gli episodi, compreso l’intenso ed emozionante ‘Il funeralino’ con l’esordiente Teresa De Vita; riguardare quell’episodio oggi è emblematico, con quella madre che segue affranta il bianco carro funebre in via Caracciolo, ‘a strada grande, con sullo sfondo Castel dell’Ovo, lanciando confetti per strada, confetti che vengono raccolti da una miriade di scugnizzi affamati creando un filo logico da brividi che unisce l’infanzia perduta per una vita che non può più essere vissuta e l’infanzia rubata da quel destino che disegna un’inevitabile esistenza sempre in bilico.

A proposito dell’anima partenopea Vittorio De Sica diceva: “Tutta la mia attività registica la svolgerei sempre a Napoli, perché è una città che veramente mi dà degli impulsi umani, poetici, artistici, Napoli è la città più fotogenica, più umana, di tutte le città d’Italia e del mondo.

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