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“La guerra di Mario” di Antonio Capuano

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La macchina di Giulia, affascinante docente all’Accademia delle Belle Arti di Napoli, si ferma in Tangenziale: il guasto non le permette di ripartire e ad assalirla è l’ansia di non riuscire ad arrivare in tempo a scuola per prendere il piccolo Mario. La scuola è a Posillipo, quartiere in cui Giulia convive con Sandro ormai da un paio d’anni, ma non è il luogo in cui è nato e cresciuto Mario: il bambino è di Ponticelli, e la condizione disagiata in cui lo faceva vivere la madre naturale ha costretto il Tribunale dei Minori ad affidarlo per un periodo di prova ad una delle tante famiglie che ne ha fatto domanda. La coppia di Posillipo non è ancora una famiglia, o almeno non come la intendono le convenzioni contemporanee: di estrazione borghese, entrambi con un lavoro che li rende più che benestanti (lui è cronista al telegiornale) non sono regolarmente sposati e hanno deciso di richiedere un bambino in affido, oltre che per cercare di aiutarlo, per soddisfare l’autentico desiderio di maternità di Giulia e allo stesso tempo per capire la reale consistenza del loro rapporto con l’arrivo di un figlio.

Mario ha nove anni e una sensibilità segnata dalle sofferenze vissute nell’infanzia, passata mangiando patatine e costretto spesso a dormire fuori al balcone dalla madre per non disturbarla negli “incontri” con gli uomini che puntualmente ospitava in casa. Come autodifesa si è creato un supereroe immaginario, Shad Sky, con cui parlare quando si sente solo; un giorno, pensa, potrà essere salvato da lui che lo riporterà sul lontano pianeta da cui entrambi provengono. Nonostante la condizione vantaggiosa e agiata in cui viene fatto vivere da quando è stato preso in affido, Mario è confuso e paradossalmente quando può va a ricercare quei luoghi che lo hanno visto crescere accorgendosi di appartenere ancora ad essi, ma allo stesso tempo apprezzando quell’affetto, quelle attenzioni, riservategli dalla nuova madre, fino ad allora mai conosciute, condannato ad una solitudine forzata che appena possibile cerca di sconfiggere con chiunque gli mostri fiducia e confidenza, fosse anche un cagnolino.

Il suo conflitto di emozioni e stati d’animo è una vera e propria guerra che lui deve combattere ogni giorno, non solo con se stesso ma con il mondo che lo circonda; con Nunzia, la madre naturale, per cui l’affido è stato quasi una liberazione oltre che un mezzo per allacciare un’amicizia di convenienza con la parte ricca della città; con Adriana, la psicologa che lo segue nel periodo di affido, l’unica con cui Mario riesce a parlare raccontandole quello che prova ma da cui sembra soggiogato, quasi ipnotizzato; con la scuola, le sue regole, inconcepibili per Mario, inutili da rispettare, con la preside, con le maestre tutt’altro che comprensive o almeno disposte ad andare incontro alle problematiche del bambino; con i suoi coetanei, tra cui i compagni di scuola da scrutare, con cui litigare, solo per fargli sentire la sua presenza, per essere preso in considerazione; con i bambini del quartiere in cui è cresciuto, quelli dall’infanzia perduta che al contrario di lui un’altra opportunità non la stanno avendo.

Con i ragazzi di Ercolano che non vanno a scuola perché gli è stato insegnato che “a scola è nu carcere ca nun serve…’o carcere è na scola ca serve”(la scuola è un carcere che non serve…il carcere è una scuola che serve); con la città di Napoli, “un paradiso abitato da demoni”, e le sue contraddizioni troppo laceranti per chi non è ancora in grado di scegliere e magari di distinguere tra il bene e il male; con Sandro, il possibile padre che lui non ha mai avuto e con cui non riesce ad entrare nella giusta confidenza avvertendo i dubbi che l’uomo ha sempre avuto sulla possibilità di avere figli, o forse sulla capacità di essere padre; con Giulia, una che “qualche volta chiamo mamma anche se non mi appartiene come dice lui, e forse non c’è nulla di più emblematico in questa affermazione per descrivere il rapporto tra Mario e la donna.

Giulia si getta con tutta se stessa nella nuova prospettiva di maternità, ma i risultati sono contraddittori, gli sbagli, fatti per la troppa paura di entrare in conflitto con Mario, si susseguono, le difficoltà enormi di ricrearsi una quotidianità catalizzata dalla presenza di un bambino complicano la vita di coppia; Sandro si sente destabilizzato, sconfortato dai falliti tentativi di contatto col possibile figlio…ma tutto questo non sembra scoraggiare Giulia per cui l’intenso affetto può essere molto più forte di qualsiasi ostacolo per creare una famiglia, anche se può non bastare.

Antonio Capuano ha preso spunto da una storia vera, raccontatagli in prima persona, per dare vita a La guerra di Mario , un film che non prende posizione ma che mostra la vicenda da tutte le posizioni. Come Almodovar non ti presenta la facile visione dei buoni e dei cattivi, e non c’è la strizzatina d’occhio alle lotte per una problematica sociale piuttosto che per un’altra; la storia di questo affido è una lacerante descrizione di una questione quanto mai attuale che attraverso il suo racconto porta ad aprire gli occhi su altri problemi come possono essere l’infanzia perduta dei bambini napoletani, il degrado della periferia di Napoli, il divario che pare incolmabile tra le diverse realtà sociali della città.

La scelta di Valeria Golino come protagonista è stata felicissima, e probabilmente dovuta anche alle precedenti interpretazioni, emotivamente eccezionali, di madri atipiche in Come due coccodrilli – Le acrobate –  L’albero delle pere – Respiro: l’attrice non era mai parsa così intensa e coinvolta e difatti il regista ha raccontato dello straordinario rapporto di complicità che sul set si era creato col piccolo Marco Grieco (Mario), in una perversa situazione talmente reale che al forte legame con la madre della storia si contrapponeva il rifiuto categorico ad intrecciare un qualsiasi rapporto con l’attore Andrea Renzi, proprio come avviene nel film tra Mario e Sandro, il compagno di Giulia.

Tutto questo non è stato addomesticato da Capuano, e il regista ha voluto precisarlo per soffermarsi sull’atmosfera che si è venuta a creare durante la lavorazione, una faticata alquanto stressante perché emotivamente coinvolgente, in cui il piccolo Marco Grieco con la sua totale anarchia, l’ha fatta da padrone; la cosa strana è che si trattava di anarchia non di chi rifiutava a priori le regole ma di chi in breve tempo pareva già aver preso dimestichezza con i tempi e i movimenti cinematografici…tutto questo almeno fino al finale, un finale che vede un gesto improvvisato del bambino e che non era previsto dal copione e che solo il regista poteva svelare dato che in quella scena (nel Tribunale dei Minori) così come in tutto il film la recitazione è incredibilmente naturale.

Bravissimi Andrea Renzi, uno degli attori preferiti a ragione dai registi partenopei, Rosaria De Cicco nel ruolo della madre naturale di Mario, Anita Caprioli che interpreta la psicologa Adriana, le due ottime interpreti di diverse generazioni della scuola recitativa napoletana Lucia Ragni ed Imma Villa, non da meno Antonio Pennarella e da applausi il cammeo di Nunzio Gallo, per l’occasione doppiato dal regista, nella parte di un boss “in esilio” a Posillipo.

Questo film è una storia di molti ignorata da troppi, solo a Napoli, nell’anno in cui è uscito il film, c’erano 258 bambini in affido e 135 ragazzi in tutoraggio, condizioni lontane dall’adozione: i minori vengono affidati consensualmente dalle famiglie di origine, in momentanea difficoltà o con capacità genitoriale ridotta temporaneamente, per un periodo massimo di due anni ad altre famiglie che garantiscono loro un ambiente più idoneo alla crescita e allo sviluppo; la legge, rispetto a quella sull’adozione, apre la possibilità dell’affido anche a coppie conviventi non legate da vincoli coniugali e a persone singole…lo scopo ultimo è sempre il reinserimento del minore nel suo contesto di origine, con la sua famiglia naturale.

Questi sono film che raccontati in maniera diversa, magari con bianco e nero definiti nettamente, con chiare prese di posizione e facili vie d’uscita farebbero la fortuna dei produttori e troverebbero ideale collocazione in una prima serata televisiva riservata alle fiction tanto in voga al giorno d’oggi: La guerra di Mario lascia l’amaro in bocca e non parla di infallibili pedagoghi alle prese con anime ribelli, ci mostra in tutte le sue difficoltà la vicenda di persone che sbagliano perché nate e cresciute in un determinato luogo e in un certo modo, perché troppo timorose, per eccessivo affetto, per ingenuità.

Capuano, come già in passato, ha scelto di confrontarsi con una vicenda spinosa facendolo in maniera aspra e tagliente anche sul piano tecnico, con riprese di una Napoli tutt’altro che da cartolina e con una sceneggiatura quanto mai incisiva. Il risultato finale premia il suo lavoro: La guerra di Mario è un film per nulla confortante che vale la pena vedere. 

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