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“Chi spara per primo” di Emanuele Palamara

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Un corto tra il western e i film alla Guy Ritchie

La visione di CHI SPARA PER PRIMO è stata una piacevole sorpresa…non per la bravura alla regia di Emanuele Palamara che si è confermato dopo ‘La smorfia‘ e ‘Uomo in mare‘, tra gli altri (sua anche la direzione di uno degli episodi del film ‘San Valentino stories‘)…ma per la capacità di dare vita a un corto con un’atmosfera altamente cinematografica in ogni sua componente. Una commedia nera sviluppata alla stregua di un western di ambientazione moderna…già dalla prima scena la sensazione è che qualcosa succederà da un momento all’altro, perché, come in ogni western che si rispetti, non va mai tutto liscio.

Bravi e convincenti tutti gli attori: da Simone Borrelli e Andrea Mautone, che paiono usciti fuori da un film di Guy Ritchie, nei panni dei fratelli Ballerina…a Denise Capezza e alla fenomenale Autilia Ranieri…ambigue ‘grey ladies‘ pronte a diventare ‘dark‘ nella stessa scena. La fotografia di Raffaele Cirillo disegna un’ambientazione torrida e piena di suspense fondamentale per la resa dell’atmosfera western.

Non sorprende che Palamara abbia annunciato di essere già a lavoro per sviluppare la storia di CHI SPARA PER PRIMO per farne un lungometraggio…e, senza sbilanciarsi esageratamente, si può tranquillamente dire che ne verrà fuori qualcosa di molto interessante dopo aver visto il corto e sapendo che a scriverlo con il regista sono ancora Antonio Firmani e Valerio Vestoso, uno degli autori cinematografici campani più promettenti.

CHI SPARA PER PRIMO è stato premiato con il Vesuvio Award come Miglior Corto al XXIV Napoli Film Festival nella sezione “SchermoNapoli” con la seguente motivazione:

Per l’abilità e l’estro nell’usare il linguaggio e i codici del western contemporaneo, con reminiscenze dei fratelli Coen e un personaggio femminile parente prossimo di Frances McDormand, in uno huis clos teso e vibrante di violenza, in una terra di nessuno che potrebbe essere un far west o una cittadina di provincia americana, e invece si trova in un ranch della Campania, trasfigurata da una regia cinefila ma personale, a testimonianza dell’universalità del cinema e della violenza, quest’ultima mostrata con senso della suspense ma senza compiacimenti.

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