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“Passione – un’avventura musicale” di John Turturro

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L’affascinante percorso di John Turturro nella canzone napoletana

È possibile raccontare la canzone napoletana in un film-documentario della durata di poco più di un’ora e mezza? Assolutamente no, e l’errore più grande nell’approccio e nella visione di Passione sarebbe quello di considerarlo un sunto emblematico della storia della cultura musicale partenopea: in fallo sono caduti in tanti parlando e scrivendo di quest’opera, arrivando persino ad ignorare l’indicazione che l’autore ha voluto dare aggiungendo un sottotitolo quanto mai significativo, “un’avventura musicale”.

Uno degli attori più eclettici della cinematografia moderna, John Turturro, è rimasto stregato dalla cultura napoletana, e dopo aver portato nei teatri di tutto il mondo Questi Fantasmi di Eduardo De Filippo ha deciso di esplorare più che omaggiare la città di Napoli attraverso un’emozionante racconto scandito dalla musica, la forma d’arte che più di ogni altra ha reso famosa la città di Partenope.
Turturro si è avvalso della collaborazione del giornalista e studioso musicale Federico Vacalebre, con cui ha scritto soggetto e sceneggiatura, per immergersi e orientarsi allo stesso tempo nell’immaginifica vastità dell’universo della musica napoletana: l’avventura che l’attore esemplifica in ritmo ed immagini descrive le sensazioni di chi si trova al cospetto di una città paradossale ed estrema, maltrattata e derubata, morta e risorta più volte, teatrale e passionale, meravigliosa e geniale, ma soprattutto colta e magnetica tanto che “ci sono posti in cui ti basta esserci stato una volta sola…e poi c’è Napoli”.

La voce narrante di Turturro fa da filo conduttore in un viaggio tra leggenda e tradizione, portando lo spettatore tra le strade della Napoli contemporanea evidenziando attraverso immagini di repertorio il passato tormentato vissuto dal popolo napoletano tra guerre ed epidemie, eruzioni vulcaniche e terremoti.

Se la città è protagonista principale di Passione, la magia e le emozioni sprigionate dalle canzoni scelte dal regista per la messinscena di tale avventura sono l’ideale rappresentazione delle varie sfaccettature di Napoli; la scelta di collocare ogni esibizione in un luogo diverso ed emblematico della città acuisce l’intensità delle canzoni rendendole a dir poco pedagogiche.

Da più parti si sono evidenziate le lacune e le dimenticanze nella selezione musicale fatta per questo film: a mio parere, dando per scontata l’insindacabile valutazione personale dell’autore dell’opera e la competenza ed enciclopedica conoscenza della canzone napoletana di Federico Vacalebre, è più importante sottolineare le interpretazioni che si possono vedere e sentire in Passione.

Prologo ed epilogo di questo film sono da brividi con l’immensa Mina che canta Carmela sulle note del piano di Danilo Rea in apertura e con l’inno malinconico dedicato da Pino Daniele alla sua città, Napule è, ad anticipare i titoli di coda.

La teatralità di alcune performances attribuisce alle canzoni napoletane una forza che non può essere limitata per rendere appieno il significato dei testi: per questo interpretazioni magistrali come quella di Peppe Barra in Tammurriata Nera (accompagnato da M’Barka Ben Taleb e Max Casella) mostrano l’arte del recitare una canzone non semplicemente del cantarla, tanto che lo stesso attore-cantante durante l’esecuzione di Don Raffaè di De Andrè viene catapultato nella realtà narrata nel testo.

Nel solco tracciato dal maestro Barra si collocano gli omaggi a Carosone di Gennaro Cosmo Parlato con Maruzzella e la spassosa versione di Caravan Petrol, curata da Enzo Avitabile, cantata da Fiorello con la complicità coreografica di John Turturro e dell’attore italo-americano Max Casella; poi gli Spakka-Neapolis 55 con Vesuvio, Pietra Montecorvino con Dove sta Zazà (insieme a Max Casella) e Comme facette mammeta (versione quasi tarantolata con giovani danzatrici a scandire il tempo), la Malafemmena di Totò sceneggiata più che interpretata da Lina Sastri e Massimo Ranieri.

Tra le eccellenze interpretative del film va segnalata una delle canzoni più belle della storia recente della musica napoletana, Nun te scurdà, in una nuova versione riarrangiata dagli Almamegretta che unisce le straordinarie voci di Raiz e Pietra Montecorvino arricchendola con l’interpretazione sensuale di M’Barka Ben Taleb che canta in arabo la strofa conclusiva. La cantante tunisina è protagonista anche di un toccante salto temporale sulla canzone che più di tutte le altre ha reso famosa Napoli nel mondo: ‘O sole mio passa dalla voce di Sergio Bruni e Massimo Ranieri (in immagini d’epoca) al canto ipnotico di M’Barka che nella sua lingua dimostra l’universalità di questo capolavoro.

Atmosfere morbide ed eteree vengono regalate dalla bellissima versione di Era de maggio che gli Avion Travel interpretano con la cantante portoghese Misia, la cui pronuncia napoletana viene messa alla prova anche in Indifferentemente trovandola pronta soprattutto nel trasmettere la giusta intensità nell’esecuzione alla stregua di un fado.
Intensità che non manca a Fiorenza Calogero, Daniela Fiorentino e Lorena Tamaggio in un’interpretazione quasi mistica oltre che vocalmente ineccepibile del Canto delle lavandaie del Vomero.

Le immagini di repertorio fornite dagli archivi dell’Istituto Luce e della Rai hanno permesso a John Turturro di ampliare il suo viaggio toccando gli eventi che hanno segnato negli anni il popolo napoletano, ma anche di scovare esibizioni come quella di Angela Luce nell’interpretazione di Bammenella di Raffaele Viviani.

I reperti storici presenti in Passione non si limitano solo alle immagini di repertorio ma anche a registrazioni audio come quelle di Fernando De Lucia con Marechiare e di Enrico Caruso con ‘A vucchella, ed è istruttivo nel film ascoltare a riguardo i racconti dei fratelli Esposito, pionieri nella diffusione della musica napoletana con la loro Phonotype Record.

Ad unire leggenda e tradizione con racconti e musica ci pensano due musicisti napoletani, gli straordinari Enzo Avitabile e James Senese, che passano dalla familiarità con cui viene trattato San Gennaro dai partenopei alle storie di vita vissuta di un napoletano dalla pelle nera cresciuto senza padre in un basso sognando il jazz: i loro sax e le loro voci regalano Faccia gialla, cantata da Avitabile con i Bottari, e Sangh’è e Passione, nell’interpretazione di quello che da piccolo veniva chiamato Jamesiello.

L’avventura musicale di Turturro non esclude cantanti emergenti o conosciuti esclusivamente in ambito cittadino, così durante il film si possono ascoltare Valentina in I te vurria vasà e Riccardo Ciccarelli in Dicitencello vuje; ma è nelle canzoni che trova il suo percorso ideale, nella capacità che Passione ha avuto nel contestualizzarle innalzando in tal modo esecuzione e luogo in cui si svolge, e dimostrazione regina della riuscita di questo lavoro è Catarì cantata da Fausto Cigliano al cospetto delle Sette Opere della Misericordia di Caravaggio.

Il rischio che il film risulti una dichiarazione d’amore appiattita sull’oleografia convenzionale che si attribuisce a Napoli viene scongiurato dall’abilità registica di Turturro e dalla volontà di non mostrare l’immagine da cartolina che vorrebbe apparentemente nascondere i lati oscuri e le problematiche della città.

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