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“Laggiù qualcuno mi ama” di Mario Martone vince il David di Donatello

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Laggiù qualcuno mi ama di Mario Martone ha vinto il David di Donatello “Premio Cecilia Mangini” come Miglior Documentario

Laggiù qualcuno mi ama è il viaggio personale di Mario Martone nel cinema di Massimo Troisi. Montando le scene dei suoi film Martone vuole mettere in luce Troisi come grande regista del nostro cinema prima ancora che come grande attore comico, e per farlo delinea la sua parabola artistica dagli inizi alla fine, inquadrandolo nella temperie degli anni in cui si è formato e nella città comune ai due registi, Napoli.

Col montaggio dei film si intersecano alcune conversazioni, non con persone che frequentavano Troisi, ma con artisti che lo hanno amato e ne sono stati influenzati, come Francesco Piccolo, Paolo Sorrentino, Ficarra e Picone, critici che lo hanno studiato, come Goffredo Fofi e la rivista Sentieri selvaggi, e due tra gli artefici della sua opera postuma, Il postino, Michael Radford e Roberto Perpignani.

Fa eccezione Anna Pavignano che con Troisi scriveva i suoi film e che Martone vuole incontrare per indagare i processi creativi da cui essi scaturivano, e che collabora al film mettendo a disposizione dei preziosi materiali inediti.

Lieve maestro” (articolo di Mario Martone pubblicato da Il Mattino il 4 giugno 1995)

Quando un po’ di tempo fa «l’Unità» mi chiese di scrivere un ricordo di Massimo Troisi non potetti fare a meno di pensare che nel giro di un anno il teatro e il cinema napoletani avevano perso, oltre a Troisi, Antonio Neiwiller e Vittorio Mezzogiorno. Oggi che è il giornale della nostra città a chiedermi di ricordare Massimo, a me sembra giusto riprendere parte di quelle riflessioni, e ricordare ancora questi altri attori così diversi da lui, per poetica e per notorietà: erano infatti tre artisti accomunati da una scandalosa mitezza che ne faceva dei «non allineati», ed è così che a me piace ricordare Massimo.

Questa mitezza era scandalosa perché era del tutto disadeguata ai nostri tempi (e mi chiedo perché il maledetto destino che se li è portati via non fosse consapevole di quanto era preziosa la loro distanza da un mondo volgare che riconosce e esalta tutt’altri valori).

Massimo Troisi era molto amato, era molto popolare, era semplice e pieno di comunicativa. Eppure chi lo ha conosciuto, anche poco, come me, non può non ricordare la sua ritrosia, mascherata da indolenza o pigrizia. Troisi era in realtà molto lontano dalla volontà di apparire a tutti i costi dei nostri anni. Scavava con leggerezza e profondità nella sua ricerca di attore e di regista, pensando non tanto a costruire successi quanto ad afferrare un senso nel suo lavoro. Il successo gli veniva incontro come un dono che certamente non gli dispiaceva, ma per il quale non avrebbe in fondo lottato più di tanto. Ma proviamo oggi a ricordare soprattutto il suo lavoro di regista. Dell’attore s’è detto tanto, e ho sempre trovato giusto che da questo punto di vista parlando di lui venisse spesso evocato Eduardo: la sua recitazione aveva un fraseggio inconfondibile, quella qualità che distingue i grandi attori come i grandi jazzisti.

Ma sulla qualità cinematografica» dei suoi film, così spesso incompresa (anche nella sua città) si riflette poco, ed è ingiusto. Oggi che esiste un risveglio del cinema napoletano, proprio lui manca all’appello, che ne è stato l’ispiratore, e non come padre (figuriamoci se a Massimo poteva piacere una retorica «paterna») ma come fratello maggiore. È stato lui a introdurre nell’immaginario nazionale uno sguardo obliquo su Napoli, raffigurando, in Ricomincio da tre, un napoletano che viaggia non per cercare lavoro ma per conoscere, e raccontando così, per la prima volta in chiave popolare, non una città «franfellicco» da leccare, digerire e abbandonare ma una condizione napoletana moderna, dilaniata e straniante che chi è sensibile (e non genericamente chi è napoletano) si porta dentro comunque, anche altrove.

Sia chiaro, infatti, che Napoli è uno schermo per Troisi, come credo lo sia per me, e per Corsicato, per Capuano, per De Lillo, e per tutti gli altri. Nessuno ha interesse a una rappresentazione realistica di Napoli, ognuno ha espresso o sta esprimendo un proprio autonomo mondo poetico che a Napoli ha trovato spazio di rappresentazione. I temi di Massimo Troisi, primo fra tutti l’amore (quel suo indulgere disincantato sulla difficoltà dell’amare…) sono universali, appartengono ai cineasti di tutto il mondo e venivano capiti da chiunque, anche se molte persone mi dicono oggi, provando difficolta a capire le parti in dialetto de L’amore molesto, che questo accadeva anche nei film di Troisi. Massimo le sbaragliava, queste difficoltà. Era rigoroso, perché inventava una lingua invece di mediare, ed era grande perché poi comunicava con tutto il suo corpo. Universale era la sua poetica; rara, se non unica, la sua pratica. Poi qualcuno si lamentava di quella sua «pigrizia» che lasciava nei film delle tracce di incompiutezza. Massimo era umile, e, forse condizionato da queste critiche, diceva di non sentirsi sempre all’altezza del suo ruolo di regista (anche questa sua modestia era un tratto che lo distingueva da tanti colleghi).

Bene, io invece ho sempre associato questo senso di non finito, di non appagato, di non pieno, alla sua mitezza da «non allineato». Era un segnale di disagio che in film peraltro così belli come Scusate il ritardo o Le vie del Signore sono finite lasciava un retrogusto amaro. Si era sempre grati a Troisi per le belle risate intelligenti che ci regalava, ma c’era qualcosa nei suoi film che impediva di mischiare quelle risate alla volgarità ridanciana corrente. E tanto più questa poetica complessa era forte in quanto si manifestava con naturalezza, senza intellettualismi, da vero artista popolare qual era. È possibile che ancora oggi dobbiamo sentirci schiavi dei discorsi sulla «compiutezza formale»? Il cinema di Troisi si esprimeva per frammenti, per soprassalti improvvisi, alternava pieni e vuoti, ora era acceso, ora era stanco. Il cinema di Troisi era bello perché aveva la forma della vita.

Nel documentario sono presenti interviste a:

Francesco Piccolo
Anna Pavignano
Valeria Pezza
Goffredo Fofi
Paolo Sorrentino
Salvo Ficarra
Valentino Picone
Federico Chiacchiari
Demetrio Salvi
Mario Spada
Fabio Balsamo
Aurora Leone
Michael Radford
Roberto Perpignani

Prestano le loro voci agli inediti foglietti di Massimo Troisi:

Pierfrancesco Favino
Massimiliano Gallo
Valerio Mastandrea
Lino Musella
Silvio Orlando
Luisa Ranieri
Teresa Saponangelo
Toni Servillo
Roberto De Francesco legge Raffaele La Capria

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