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“Il resto di niente” di Antonietta De Lillo

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La Repubblica Partenopea del 1799: l’illusione della rivoluzione

Nel 1799 un manipolo di nobili ed intellettuali diede vita, nella capitale del Regno delle Due Sicilie, la Napoli governata dai Borboni, ad una rivoluzione che portò alla nascita della Repubblica Partenopea che, nonostante i buoni propositi e i grandi ideali, si dissolse nel giro di pochi mesi.

Era il periodo dei moti rivoluzionari in molti paesi d’Europa, erano gli anni della Rivoluzione Francese, fonte ispiratrice del giacobinismo napoletano; ma erano anche gli anni di una profonda miseria che il popolo non riusciva a sconfiggere e a superare con la forza delle idee e con la conquista di diritti fin lì ignorati.

Tra l’utopia di una nuova società da costruire sacrificandosi e facendo ognuno la propria parte e la certezza dell’elemosina che spetta ad ogni suddito in uno Stato di monarchia la gente esitò ben poco a scegliere di tornare ad esser serva di un padrone.

“Il resto di niente” dal romanzo di Enzo Striano al film di Antonietta De Lillo

Quella rivoluzione, però, è rimasta nella Storia e, a dispetto di chi l’ha sempre omessa dai testi scolastici o semplicemente accennata sottovalutandone l’importanza, se ne respira ancora l’odore in giro per Napoli, se ne ricordano i miti, le vite segnate dalle passioni, i sacrifici di chi avrebbe potuto continuare a vivere senza preoccuparsi dell’ingiustizia e della miseria che aveva attorno ed invece è andato incontro al martirio per difendere fino in fondo le proprie scelte ed i propri ideali.

Per fortuna, a ricordare certe storie ci sono stati scrittori come Enzo Striano che con ‘Il resto di niente’ ha raccontato la vita di una delle maggiori artefici di questa rivoluzione: Eleonora de Fonseca Pimentel.

Da questo libro è stato tratto un film diretto da Antonietta De Lillo che, tra mille vicissitudini produttive, è riuscita a girarlo e a mandarlo in sala nel giro di circa 4 anni, era il 2005.

Centinaia di volti, quasi tutti napoletani, indossando abiti d’epoca, parlando quanto più possibile una lingua ancora in voga nel 1700, circondano la protagonista di questa storia parlando di Rivoluzione, facendola, opponendosi ad essa.

Letterata di nobile famiglia portoghese, un’infanzia vissuta a Roma, nel 1760 Eleonora si trasferisce a Napoli ignorando quanto questa città e la sua gente segneranno la sua esistenza.

Con gli anni sviluppa la sua enorme sensibilità creativa scrivendo poesie e leggendo testi filosofici e romanzi che la famiglia era riuscita a portarsi dietro da Roma o che lei stessa era riuscita a trovare nella nuova casa che li ospitava.

Crescendo inizia a frequentare i salotti nobili di Napoli, comincia ad ascoltare i primi discorsi sulla situazione della città, a farsi un’idea della condizione in cui versa la società in cui vive e conosce persone che le parlano di passione civile e cambiamenti sociali, come mai nessuno le aveva parlato: Vincenzo Sanges, Mario Pignatelli, Giuseppe Marra, Gabriele Manthoné, Vincenzo Cuoco, lei stessa comincia ad occuparsi dell’educazione culturale di uno dei discendenti dei Serra di Cassano, Gennaro, diventandone punto di riferimento e qualcosa più di un’amica.

Arrivano però anche gli “oneri” che in quegli anni le donne erano costrette a subire contro la loro volontà e cioè i contratti di matrimonio che le famiglie per lo più nobili facevano unicamente a scopo di lucro: ad Eleonora tocca sposarsi con Pasquale Tria, persona di dubbia moralità che poco ci mette a rivelarsi.

Non bastasse il comportamento rozzo e frustrante del marito, che non lesina alcun tipo di violenza alla consorte, Eleonora vive lancinanti tragedie personali in seguito alla perdita del figlioletto poco più che infante e ad un aborto dovuto alle percosse del marito.

Il suo mutamento psicologico e la sua crescente depressione inducono il padre a riprendere la figlia con sé e a chiedere l’annullamento di quel matrimonio.
Nella casa paterna il morale e la passione tornano a far girare la vita di Eleonora nel verso che preferisce, anche se la malattia e la perdita del padre la riportano a quel gelo che in precedenza aveva già provato a contatto con la morte.

Per fortuna arrivano dalla Francia le notizie di un cambiamento, di nuove idee che stanno rivoluzionando il modo di vivere, che stanno portando la gente a decidere della propria sorte e a partecipare attivamente al governo di un paese; le menti più brillanti di Napoli cominciano a farsi prendere dall’eccitazione; Eleonora dà vita a delle serate che riportano alla memoria quei salotti in cui si era formata una coscienza critica, in cui aveva conosciuto le persone che ancora considera le più importanti della sua vita, quelle persone che, festeggiando la Rivoluzione Francese, già hanno in mente la Repubblica da fare a Napoli. E così avviene.

Il pensiero ispiratore di Gaetano Filangieri

Il film della De Lillo comincia dalla fine di questa storia, quando ormai la Repubblica Napoletana è già stata dissolta dall’esercito britannico e dalle squadre militari del Principe Ruffo di Calabria che, con l’appoggio del popolino e della Santa Fede, preparano il ritorno in città di Re Ferdinando: Eleonora de Fonseca Pimentel è in attesa di essere giustiziata ed al suo cospetto, al cospetto della sua coscienza, appare la presenza fantasmatica di Gaetano Filangieri, i cui scritti filosofici avevano insegnato alla donna, una volta giunta a Napoli, quei principi di libertà e giustizia che lei aveva cercato di attuare dando vita a quella rivoluzione.

Proprio la figura eterea del filosofo la mette di fronte a tristi verità, a realtà crudelmente inoppugnabili che portano Eleonora a pensare di aver sfiorato l’impossibile, e cioè una rivoluzione che funzioni, che porti risultati.

Come si può spiegare alla gente ciò di cui ha bisogno se non ne sente la necessità? È dal fondo che bisogna nascere la consapevolezza del cambiamento…
l’unica rivoluzione che può funzionare è da lì che deve partire!

È probabilmente una delle scelte della pellicola più azzeccata quella della figura di Filangieri, a cui la De Lillo ha riservato uno spazio moralmente fondamentale nel film, ampliando gli accenni che nel libro Striano faceva sull’opera del filosofo e giurista sottolineandone comunque l’importanza per la formazione di tutta una generazione di intellettuali non solo napoletani.

È magistrale l’interpretazione che ne dà Enzo Moscato, uno dei personaggi di spicco della scena teatrale nata alla fine degli anni ’70 a Napoli ed ora divenuto un punto di riferimento per la scena culturale partenopea: pare proprio che solo lui potesse interpretare al meglio un ruolo del genere, recitazione colta ed incisiva e presenza devastante nella sua tranquillità, tenendo comunque conto che le scene in cui appare sono al massimo tre e sfido chiunque a non metterle tra quelle memorabili, anche per i monologhi incentrati sugli scritti di Filangieri.

“Artigianato” e talento partenopeo per un Cinema storico di ottimo livello

Ma Moscato è solo uno, anche se il migliore, dei tanti attori che hanno dato l’anima per questo film: la maggior parte napoletani e con una lunga vita teatrale alle spalle a cominciare da Raffaele Di Florio, Sanges, passando per Raffaele Esposito, Domenico Cirillo, all’intenso Rosario Sparno, Gennaro Serra di Cassano, ma anche Riccardo Zinna, Pasquale Tria, Daniele Russo, Giuliano Colonna, Marco Manchisi, Pagliucchella, le bravissime cantanti Pina Cipriani ed Enza Di Blasio, detenute della Vicaria, e la sorprendente Imma Villa, la serva Graziella.

Le sorprese vere e proprie sono arrivate con l’ottima interpretazione nel ruolo del leader rivoluzionario Mario Pagano del cabarettista ed autore teatrale Mimmo Esposito, così come del comico Giovanni Esposito nel ruolo del prete che vuole confessare Eleonora e, naturalmente, con colei che ha dato volto ed anima alla Pimentel de Fonseca, l’attrice Maria De Medeiros.

Portoghese, rivelatasi ne La Divina Commedia’ di Manoel De Oliveira e conosciuta dal grande pubblico sopratutto per il ruolo di Fabienne in ‘Pulp Fiction di Quentin Tarantino, rende alla perfezione il paradosso che vive nel personaggio della rivoluzionaria: una impressionante forza morale ed una evidente fragilità fisica disegnano il percorso di un’esistenza vissuta col coraggio di chi non poteva rimanere impassibile, non poteva negare la propria adesione alla lotta verso le ingiustizie, non poteva negarsi a quella crescente voglia di cambiare uno stato delle cose evidentemente insostenibile.

Il resto di niente‘ è una straordinaria prova cinematografica, dimostrazione di come si possa fare Cinema storico, di come sia possibile farlo in Italia evitando qualsiasi canone o stereotipo da fiction televisiva a cui ci hanno abituato negli ultimi anni.

Eccellente la regia di Antonietta De Lillo che, nelle sue scelte, non ha fatto torto all’opera di Enzo Striano, anzi ne ha valorizzato la scrittura, con l’aiuto di Giuseppe Rocca e Laura Sabatino per la sceneggiatura, con invenzioni atipiche, assolutamente non convenzionali e di grande impatto emotivo e visivo.

Tra le tante è da sottolineare l’azzardo degli stravaganti interventi pittorici di Oreste Zavola tra una scena e l’altra a sostituire eventuali didascalie il cui abuso in una certa cinematografia rende la pellicola fin troppo documentaristica; decisivo per la riuscita del film il montaggio di Giogiò Franchini costruito di pari passo con i cambiamenti emotivi della protagonista, dando ai continui flashback quasi una valenza poetica e per questo mai banale o scontata.

Con grande maestria e tocco da musicista unico e poliedrico quale è, Daniele Sepe ha creato per questo film una colonna sonora che attraversa l’intera tradizione napoletana toccando la più moderna world music senza per questo allontanarsi dall’epoca dei fatti, anzi rendendo lo spettatore ancor più vicino a quei personaggi per una simbiosi regalata dal ritmo da lui ideato.

Il significato, la morale dell’opera letteraria in questione e, di conseguenza, del film, è da cogliere tra le pieghe di quella frase straordinaria che a Napoli si ripete in continuazione, e che Eleonora de Fonseca Pimentel impara a pronunciare, in molti casi a malincuore, durante l’esperienza che le segnerà la vita:

o riest’ e nient.

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