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LA GIUNTA – quando a Napoli il Sindaco era Maurizio Valenzi

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Napoli rappresenta il compito più pesante che io abbia mai avuto nella mia vita politica. Anche quello più appassionante. Quello più profondo. E ci resterò legato come una delle cose più interessanti, ma anche più dolenti della mia vita. Essere sindaco di una città come Napoli, con la storia di Napoli, è un grande onore. Però è anche qualcosa che si paga molto caro“.

Maurizio Valenzi

La giunta” di Alessandro Scippa è un “documento” importante da divulgare soprattutto in questo periodo storico in cui l’assenza della sinistra a Napoli, in Campania come in Italia, è evidente. Non è un’operazione nostalgica o un semplice omaggio ma un’opera cinematografica documentaristica che racconta un’esperienza amministrativa illuminante, innovativa e speranzosa mostrando il contesto storico e sociale in cui è avvenuta…senza nascondere i motivi per cui quella stagione è tramontata, né tantomeno le “conseguenze” di quel sacrificio politico sui protagonisti e i loro familiari.

La giunta” va visto da chi ha vissuto quell’epoca per una questione emozionale, da chi non c’era per motivi didattici, informativi…ma soprattutto andrebbe visto da chi amministra la cosa pubblica e dai famigerati riformisti del terzo millennio.

1975. Maurizio Valenzi diventa il primo sindaco comunista di Napoli, la più grande città del Sud Italia. Attraverso interviste ai protagonisti dell’epoca e materiale di archivio inedito, questa è la storia di un gruppo di donne e uomini che ha cercato di realizzare il sogno di una politica vicina alle persone. Un sindaco carismatico e una squadra di assessori di grande spessore piantarono i semi di una nuova idea di città, in quel periodo ancora segnata dalle ferite della guerra e da una recente epidemia di colera.  Tuttavia, con il terribile terremoto del 1980 e gli interessi economici della ricostruzione si modificarono profondamente gli equilibri politici e criminali, e il destino di Napoli sarà segnato da nuove forme di organizzazione della camorra che oggi, come allora, continua a condizionare la vita della città.

Quella esperienza amministrativa, con la sua specificità umana, i valori civili e gli ideali che la caratterizzarono, rappresentò un momento storico unico, una vicenda che ci può anche far interrogare su come e perché il comunismo italiano, con forti legami sociali e culturali di massa, abbia potuto essere spazzato via insieme ai fantasmi del comunismo reale nel 20mo secolo.  Con le interviste ai protagonisti di quella stagione politica cittadina e ai figli di quelli che non ci sono più, il film è costruito come un racconto prismatico dove i frammenti di immagini, negli specchi e nelle rifrazioni dell’oggi, nostalgicamente si confrontano con il passato.

La giunta” nelle parole del regista Alessandro Scippa

Sono orgoglioso della dignitosa calma di Napoli e ho paura di quello che è successo. All’aperto molti si sfogano. Pianto, vomito, svenimenti, auto che sgommano. La terra sussulta ancora. Dov’è Lucia? Dov’è Marco?”. Questo scrive Maurizio Valenzi, sindaco di Napoli, sul suo diario la sera del 23 novembre 1980.

Ho voluto aprire il film proprio con l’angoscioso interrogativo di Valenzi rivolto ai figli, assenti in quel momento tragico. Le assenze sarebbero state il tema portante di questa storia, che ha avuto una genesi lontana nel tempo: erano anni che volevo raccontare l’esperienza di mio padre come assessore nelle giunte Valenzi.

L’occasione si è creata insieme ad Antonella Di Nocera, che come me era ragazzina nell’epoca di Valenzi e, da un altro punto di vista, ricordava ed era affascinata da quella medesima storia. Lei vive ancora a Napoli, mentre io me ne sono andato anni fa. Ma entrambi in fondo siamo “orfani” di quella città in cui la speranza nel cambiamento era ancora un sentimento vivo e sentito. 

La frattura che si creò a Napoli in quegli anni era in fondo lo specchio di una situazione nazionale che di lì a poco avrebbe segnato per sempre il destino della storia politica italiana. Ma dentro le maglie intricate di quella storia pubblica, io sentivo che sarebbe stata soprattutto una storia di genitori e figli. E io, Lucia Valenzi, Marco, suo fratello, e Federico Geremicca, figlio di Andrea, come la stessa Antonella e suo padre, un ex operaio dell’Italsider, ci saremmo tutti dovuti mettere in gioco, perché quella era e resta una storia che ci riguarda, e ci parla, ancora.

Un film quindi d’interviste, conversazioni, il più personali e intime possibili, senza il timore di fare un documentario, per certi versi tradizionale, di “teste parlanti”. Siamo riusciti a coinvolgere testimoni, come Eugenio Donise ed Emma Maida che, attraverso le loro parole, fanno coesistere nostalgia e speranza, memorie che rappresentano sguardi sul futuro e soprattutto che lasciano comprendere quanto le storie individuali si compongono e si rifrangono dentro la storia stessa del paese. 

Mi interessava soprattutto riproporre il punto di vista di chi quell’epoca l’aveva già raccontata con le parole o con le immagini; quindi giornalisti come Federico Geremicca, Eleonora Puntillo, Marco Demarco, o grandi fotografi come Mimmo Jodice, Luciano Ferrara, e Gianni Fiorito. Uno sguardo, già mediato, su cui tornare alla luce di tutto ciò che è successo dopo. 

Accanto al racconto di cosa fu quell’epoca, ho voluto anche raccontare la Napoli di oggi, una città stratificata, che ho ripreso con un piccolo prisma posto davanti alla macchina da presa, che ci ha permesso di creare delle sovrapposizioni di spazi urbani, un tempo affollati da chi condivideva una speranza, oggi svuotati, esausti, inerti. Ma è proprio la memoria ad aiutarci a riempire quel vuoto. 

E così, nel presente di una città, forse immaginaria, tramite una visione prismatica, qualcuno ancora rivive le emozioni di un’epoca che non è più.

Il linguaggio e la scrittura

 La sfida di riuscire a raccontare una complessa fase storico-politica della nostra città ha richiesto un linguaggio da un lato capace di toccare corde emotive, dall’altro anche immaginifico. Ed ecco il modo di riprendere la Napoli di oggi attraverso prismi e riflessi, sulle carrozzerie delle auto o dei mezzi pubblici, sulle vetrine dei negozi, o sulle finestre dei palazzi, negli specchi, o su qualsiasi altra superficie riflettente. 

Un modo per dichiarare una visione “soggettiva” del presente. I materiali d’archivio, riferiti e piegati ai ricordi personali, sono stati trattati rendendoli quasi un tutt’uno con le riprese realizzate nel presente, attraverso re-inquadramenti, ingrandimenti progressivi, rallenti, e rimontaggi. Le riprese dei testimoni sono state improntate alla semplicità, e all’attenzione verso istanti e dettagli emotivamente significativi. Il tono fotografico è prevalentemente caldo e poco contrastato; scelta che mira a restituire un’atmosfera nostalgica per un periodo in fondo felice. 

Con il terremoto del 1980, invece, è come se anche il film, come fu per la città, cambiasse passo, e dimensione visiva e sonora. Nei fatti, negli stessi materiali d’archivio, proprio in quegli anni si passerà dalla pellicola al video: l’analogico, che prevale nella prima parte della storia, sfuma nell’elettronico, dominante a partire dagli anni ’80.

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