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“Put Your Soul on Your Hand and Walk”, il Cinema come tragica e necessaria testimonianza della Storia

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Il film che Fatma non ha potuto vedere: Gaza raccontata da chi resiste

C’è un momento, nel film di Sepideh Farsi Put Your Soul on Your Hand and Walk, in cui la giovane fotogiornalista palestinese Fatma Hassona pronuncia una frase che suona come una premonizione:
«Se muoio, voglio una morte rumorosa, che sia sentita da tutto il mondo.»

La sua morte, il 16 aprile 2025, colpisce infatti il mondo come uno schianto. Un missile lanciato dall’esercito israeliano rade al suolo la casa di Jabaliya, uccidendo Fatma e gran parte della sua famiglia. L’attacco arriva appena ventiquattr’ore dopo la notizia della selezione del loro film alla sezione ACID (Association du Cinema Indépendent pour sa Diffusion) del Festival di Cannes. Il film cambia natura nel momento stesso della sua nascita. Put Your Soul on Your Hand and Walk è un’opera nata dall’urgenza, dalla fragilità della connessione quotidiana tra due donne: la regista iraniana, in esilio a Parigi, e la venticinquenne Fatma, che documenta la vita sotto assedio con la sua macchina fotografica.

La regista racconta come Fatma fosse diventata “i suoi occhi a Gaza”, mentre lei rappresentava per la giovane fotoreporter “una finestra sul mondo”. Quelle videochiamate — spesso disturbate, instabili, incrinate dal suono dei droni o delle esplosioni — costituiscono la materia viva del documentario: immagini pixellate, respiri trattenuti, sorrisi ostinati. È cinema d’urgenza nella forma più pura: immagini registrate quasi per istinto, per non perdere l’attimo, per non tradire la promessa di testimonianza. «Bisognava conservare tutto», spiega Farsi, ricordando come l’idea del film sia nata immediatamente al loro primo incontro via telefono, quando Fatma aveva camminato due ore per trovare un punto con segnale sufficiente a connettersi.

Un conflitto raccontato da chi lo vive: la testimonianza filmata di Fatma

Il film attraversa, con la lucidità della quotidianità, l’anno terribile iniziato dopo gli attacchi del 7 ottobre 2023. Le voci di Fatma e Sepideh emergono contro lo sfondo di un conflitto che, secondo la regista, non può più essere descritto come semplice risposta militare:
«Quello che sta accadendo oggi a Gaza è un genocidio», dichiara apertamente Farsi nel commento scritto il giorno dopo la morte di Fatma.

È una parola pesante, controversa nel dibattito pubblico internazionale, ma qui assume un significato intimo: è la definizione che la regista dà di ciò che osserva attraverso la lente delle immagini di Fatma, attraverso i corpi, gli edifici e le famiglie cancellate dagli attacchi, attraverso la lunga lista di giornalisti uccisi, che Farsi ritiene mirati.

Il documentario non propone un’analisi geopolitica: ricostruisce, piuttosto, lo sguardo di una ragazza di Gaza che cerca di raccontare il mondo mentre il mondo si chiude su di lei. Fatma sorride spesso, anche mentre descrive i bombardamenti. Una dignità feroce, che la regista sottolinea come tratto essenziale del suo essere: quel sorriso magnetico, chiarisce Farsi, non è selezionato in montaggio — «sorrideva davvero molto»

Tra poesia, videochiamate e fotografie: un film che respira con le sue ferite

Il film alterna: le videochiamate quotidiane, spesso verticali, intime, quasi diaristiche; le fotografie potentissime scattate da Fatma sotto le bombe; immagini di telegiornali che scandiscono il tempo del massacro; registrazioni sonore dei bombardamenti, che Farsi sceglie volutamente “grezze”, invadenti, oppressive.

Il titolo del film viene da una frase di Fatma: un invito a continuare a camminare “con l’anima sulla mano”, cioè in totale vulnerabilità, con una fede che resiste alla distruzione. Il film lascia spazio anche alla vita: alla famiglia, ai laboratori con i bambini nei rifugi-scuola, al sogno di viaggiare come fotoreporter, all’amore appena nato, ai racconti sulla libertà e sul velo, vissuto in modi opposti dalle due donne. La Farsi non vuole fare un ritratto politico astratto: vuole raccontare una persona, un talento, un’energia contagiosa.

Dopo la morte di Fatma il film diventa un atto di resistenza

L’ultima videochiamata, avvenuta il giorno prima dell’attacco che ucciderà Fatma, diventa la chiusura del film. Una scelta che Farsi inizialmente non voleva compiere, temendo di reagire d’impulso al dolore, ma che si rivela necessaria: l’immagine viva di Fatma rimane così l’ultimo baluardo contro la brutalità che l’ha travolta. Alla première di Cannes, racconta l’ACID, la sua storia ha colpito profondamente pubblico e cineasti, generando un’ondata di sostegno e consapevolezza.

«Tutti noi dobbiamo essere degni della sua luce», si legge nel comunicato dell’associazione. Le sue fotografie stanno ora viaggiando per il mondo, in mostre dedicate al suo lavoro e al lavoro interrotto di una generazione di reporter che ha rischiato (e spesso perso) la vita per documentare Gaza.

Put Your Soul on Your Hand and Walk è più che un documentario: è una testimonianza che sopravvive alla sua protagonista, un film costruito non su Fatma, ma con Fatma. È un dialogo interrotto dalla violenza della storia, ma restituito al pubblico come atto di resistenza cinematografica. In un’epoca in cui la narrazione del conflitto israelo-palestinese è spesso opaca, parziale, polarizzata, il film di Sepideh Farsi riporta al centro la voce di chi non può più parlare. Il Cinema, qui, diventa ciò che è sempre stato: una forma di memoria contro la cancellazione, un modo per dire che nessuna morte, per quanto silenziata, è mai davvero muta.

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