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NAZA, anatomia di un genocidio

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Il nuovo documentario dei registi di “No other land“, Yuval Abraham e Rachel Szor, premiato alla Mostra di Venezia con il Premio Speciale della Giuria, sceglie di non mostrare Gaza. E proprio attraverso questa assenza prova a raccontare i meccanismi del sistema genocida perpetrato dal governo di Benjamin Netanyahu ai danni del popolo palestinese

Presentato alla Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica di Venezia, dove ha conquistato il Premio Speciale della Giuria, NAZA, il documentario diretto da Yuval Abraham e Rachel Szor, è arrivato nelle sale italiane inizialmente come evento per soli tre giorni. L’affluenza eccezionale ha però spinto numerosi esercenti a prolungarne la programmazione per almeno un’altra settimana: un dato significativo per un docufilm di ottanta minuti di interviste, “difficile” perché inquietante e profondamente politico, che non cerca scorciatoie emotive né immagini spettacolari.

Abraham e Szor non sono osservatori occasionali. Sono due dei quattro registi di No Other Land, il documentario realizzato insieme a Basel Adra e Hamdan Ballal, premiato a Berlino, vincitore dell’European Film Award e dell’Oscar per il miglior documentario.

In NAZA proseguono una ricerca iniziata con quel film, ma cambiano radicalmente prospettiva: dalla distruzione osservata sul terreno passano al sistema che rende possibile quella distruzione. Ed è proprio il termine “sistema” a essere centrale in quest’opera.

Che cosa significa “NAZA“?

Il titolo racchiude in una sola parola il senso del film. “NAZA” deriva dall’espressione ebraica Nezek Agavi, “danno collaterale”, e viene utilizzato per indicare il numero di civili che si prevede possano essere uccisi durante un attacco.

Il punto non è soltanto linguistico. È il potere che il linguaggio possiede di trasformare la realtà. “Danno collaterale” sembra una formula neutra, quasi amministrativa. Ma dietro quella formula ci sono persone, famiglie, corpi, vite.

NAZA mostra dunque come la disumanizzazione possa cominciare anche dalle parole. Prima ancora che una persona diventi un punto sullo schermo, può diventare una categoria. E una categoria è più facile da gestire di una persona.

Una città che non vediamo

La prima scelta dei registi è anche quella che definisce il loro lavoro: Gaza non viene mostrata direttamente. La macchina da presa rimane a Tel Aviv. Osserva i tetti, le finestre, le strade, gli appartamenti, lo skyline della città, la vita quotidiana che continua apparentemente indisturbata. A circa sessanta chilometri di distanza, intanto, esiste un’altra realtà che il film decide deliberatamente di non mostrarci.

È una scelta che Abraham e Szor riconducono esplicitamente all’influenza di Jonathan Glazer, produttore del documentario, e del suo film La zona d’interesse: le vittime possono rimanere fuori campo, ma non devono mai uscire dalla coscienza dello spettatore.

Nel caso di NAZA, il dispositivo diventa ancora più radicale perché lo spettatore viene costretto a guardare il luogo dal quale parte la macchina militare e tecnologica raccontata nel film. Tel Aviv diventa così una sorta di enorme controcampo.

La città vive, respira, mangia, cammina, guarda la televisione. Ma quella normalità è continuamente attraversata da ciò che accade altrove. I registi la definiscono una “bolla”: una società nella quale la vita quotidiana può proseguire mentre, a poche decine di chilometri, altre persone vengono uccise.

Il film non ci permette di vedere la distruzione. Ci obbliga invece a immaginarla. E questa può essere una delle sue intuizioni cinematografiche più forti.

La notte, il silenzio, le voci

NAZA è costruito prevalentemente attraverso una serie di conversazioni notturne sui tetti di Tel Aviv. È qui che incontriamo le fonti del film: 24 ufficiali e soldati dei servizi segreti militari israeliani, tutti intervistati in forma anonima e tutti, secondo quanto riportato dai registi, coinvolti nella sorveglianza o nell’uccisione a distanza di civili palestinesi a Gaza.

Non vediamo i loro volti. Le loro voci e il loro aspetto sono stati alterati digitalmente per proteggerne l’identità. È una scelta che pone immediatamente una questione fondamentale: quanto possiamo fidarci di una testimonianza di cui non possiamo conoscere l’identità?

Il film non tenta di risolvere semplicemente questo problema. Lo trasforma nel cuore stesso del proprio dispositivo giornalistico. Le fonti vengono protette perché senza quell’anonimato probabilmente non avrebbero parlato. E la molteplicità delle testimonianze serve proprio a evitare che l’intero racconto dipenda dalle parole di una singola persona.

Il risultato è curioso: più le persone sullo schermo vengono private della propria identità, più il film cerca di riportare l’attenzione su ciò che stanno raccontando. Non interessa il personaggio. Interessa il sistema.

I registi lo dichiarano apertamente: NAZA non vuole concentrarsi sulle motivazioni individuali degli intervistati, né trasformare il loro eventuale pentimento nel centro emotivo del racconto. Alcuni parlano, secondo le loro testimonianze, per vergogna o senso di colpa; altri sembrano invece mossi dall’orgoglio professionale per le competenze acquisite nelle unità militari. Ma il film sceglie di non seguirli su questo terreno.

La domanda non è: “Che tipo di persona è colui che ha premuto il pulsante?“

La domanda diventa: “Qual è il sistema che permette a qualcuno di premere quel pulsante?“

Dal giornalismo al cinema

È qui che NAZA si distingue da una semplice inchiesta giornalistica filmata. Molte delle informazioni da cui il documentario prende le mosse erano già state oggetto delle indagini pubblicate da The Guardian, +972 Magazine e Local Call. Yuval Abraham ha partecipato direttamente a quel lavoro giornalistico, occupandosi anche dei sistemi di individuazione dei bersagli basati sull’intelligenza artificiale.

Il film, però, non si limita a ripetere quelle inchieste. Abraham e Szor cercano qualcosa che il giornalismo scritto fatica maggiormente a catturare: il silenzio. “Non solo le parole che vengono dette“, spiegano i registi, “ma anche quelle che non vengono dette“. Ed è proprio il silenzio a diventare una materia cinematografica.

Le interviste non sono montate come una successione serrata di dichiarazioni. Il film lascia respirare le pause, le esitazioni, le domande, le risposte. Il tempo della conversazione rimane visibile. Il documentario assume così quasi la forma di un’indagine in corso, una ricerca della verità che avviene davanti alla macchina da presa.

Disegnare il “sistema” che uccide

Uno degli elementi visivamente più sorprendenti di NAZA è rappresentato dai disegni fatti a mano dagli intervistati. Ufficiali abituati a lavorare con sistemi tecnologici sofisticati, enormi quantità di dati, sorveglianza e algoritmi vengono invitati a prendere una penna e un foglio e a disegnare ciò che vedevano sugli schermi prima, durante e dopo i bombardamenti.

Il contrasto è potentissimo.

Da una parte ci sono sistemi tecnologici complessi, capaci di raccogliere, incrociare e analizzare una quantità enorme di informazioni. Dall’altra, un foglio di carta. Ma quei disegni fanno qualcosa di più che spiegare il funzionamento di una tecnologia. Restituiscono allo spettatore il punto di vista di chi quella tecnologia l’ha utilizzata. Le persone diventano punti. I bersagli diventano coordinate. Le vite umane vengono tradotte in dati. Ed è proprio questo processo di traduzione che il film vuole interrogare.

Quando un bombardamento diventa un’interfaccia

Il tema dell’intelligenza artificiale è uno dei nodi più contemporanei di NAZA. Le inchieste alle quali il film si ispira hanno raccontato sistemi come Habsora (The Gospel) e Lavender, presentati come strumenti capaci di analizzare enormi quantità di dati e individuare possibili obiettivi.

I produttori e i registi del film hanno precisato però un elemento importante: l’esercito israeliano ha contestato (esclusivamente!) le ricostruzioni secondo cui l’intelligenza artificiale deciderebbe autonomamente chi colpire, sostenendo che le decisioni rimangano sotto controllo umano. E proprio qui si trova una delle questioni più interessanti poste dal documentario. Non è necessario che una macchina prema materialmente il pulsante per trasformare radicalmente una decisione umana.

Se il percorso è: dati → algoritmo → possibile bersaglio → controllo umano → decisione → attacco quanto rimane veramente della decisione originaria?

È una domanda che NAZA estende oltre il conflitto israelo-palestinese. Perché riguarda un problema più generale della nostra epoca: la crescente fiducia che concediamo ai sistemi automatici quando ci sembrano più veloci, precisi e imparziali di noi. In guerra, tuttavia, una percentuale non è una persona e una probabilità non è una certezza. Il problema, suggerisce il film, nasce nel momento in cui l’essere umano scompare dietro la rappresentazione numerica dell’altro.

La banalità del male, senza analogie strumentali

Uno dei temi più delicati affrontati nel documentario è quello della banalità del male, con il richiamo alla riflessione di Hannah Arendt e alla memoria dei genocidi del Novecento. Il riferimento non serve a sostenere che eventi storici diversi siano identici. La questione è un’altra: comprendere come la violenza di massa possa essere organizzata attraverso procedure, linguaggi, gerarchie, ordini e forme di deresponsabilizzazione.

È probabilmente questo il punto in cui NAZA diventa più inquietante. Il male che racconta non ha necessariamente il volto dell’eccezione. Può avere il volto dell’ufficio, del computer, della procedura, della catena di comando. Può assumere la forma di una riunione, di un algoritmo, di una schermata. Può persino presentarsi con il linguaggio rassicurante della normalità amministrativa.

Due registi dentro il “sistema” che raccontano

C’è poi una caratteristica che rende NAZA particolarmente significativo: Abraham e Szor sono israeliani e raccontano la propria società dall’interno. Come sottolineato dai registi, questa posizione è parte integrante della ragione per cui hanno deciso di realizzare il film. Sostengono di aver sentito la responsabilità di utilizzare il privilegio di poter accedere a determinati ambienti e interlocutori per osservare dall’interno il sistema di cui fanno parte.

È una posizione che non pretende di sostituire le testimonianze palestinesi. La loro scelta è diversa: cercare di aprire una crepa dentro il sistema che stanno raccontando. Ed è qui che NAZA incontra nuovamente No Other Land. Se il film precedente documentava la distruzione osservandola attraverso la collaborazione israelo-palestinese tra quattro registi (due israeliani e due palestinesi), NAZA restringe lo sguardo e porta la macchina da presa dalla parte di chi, secondo i suoi autori, ha contribuito a costruire e far funzionare quella macchina.

Non è un cambio di argomento. È un cambio di prospettiva.

Un documentario necessario

NAZA è un pugno nello stomaco, e sarebbe un errore ridurlo a un semplice pamphlet politico. La sua materia è politica, certamente, ma il suo interesse cinematografico nasce soprattutto dalla forma che gli autori hanno scelto per affrontarla. Il film mette in discussione il rapporto tra immagine e invisibilità, tra tecnologia e responsabilità, tra informazione e propaganda, tra testimonianza e anonimato.

Soprattutto, interroga il modo in cui il linguaggio può modificare la nostra percezione della violenza. “Obiettivo“, “Punto“, “Probabilità“, “Danno collaterale“: parole che possono sembrare tecniche e neutrali finché non ci si ricorda che dietro ciascuna di esse c’è una persona. Il merito di NAZA sta nel tentativo di impedire che quella persona scompaia definitivamente. Non mostrandola, paradossalmente, ma costringendoci a pensare continuamente alla sua assenza.

Dopo No Other Land, Yuval Abraham e Rachel Szor tornano dunque a interrogare la responsabilità israeliana, ma questa volta non partono dalle macerie. Partono dalle stanze, dai tetti, dai computer, dalle procedure e dalle parole di chi ha partecipato alla distruzione, guardando l’orrore attraverso uno schermo.

E alla fine la domanda più inquietante del film non è soltanto chi abbia premuto il pulsante. È quanto debba essere grande una macchina perché ciascuno dei suoi ingranaggi possa smettere di sentirsi responsabile del risultato finale.

NAZA non offre una risposta semplice. Fa qualcosa di più scomodo: costringe lo spettatore a rimanere dentro la domanda.

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