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Eduardo Scarpetta: «Il cinema deve tornare ad avere il coraggio di scommettere»

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Al XVI Social World Film Festival l’attore presenta, fuori concorso, VAS di Gianmaria Fiorillo e riflette sul presente dell’industria cinematografica italiana: «Troppo spesso contano i follower più dei progetti». E su Napoli: «Venite a viverla, non fermatevi ai racconti»

Ci sono attori che attraversano il successo scegliendo la strada più semplice e altri che, pur raggiungendo una grande popolarità, continuano a cercare progetti capaci di metterli in discussione. Eduardo Scarpetta appartiene senza dubbio a questa seconda categoria.

Negli ultimi anni il suo percorso artistico è stato segnato da interpretazioni molto diverse tra loro: dal David di Donatello come miglior attore non protagonista conquistato con Qui rido io di Mario Martone – regista con cui aveva già lavorato in Capri-Revolution – fino al ruolo da protagonista nella serie Le fate ignoranti di Ferzan Ozpetek. Poi L’amica geniale, I Leoni di Sicilia, La legge di Lidia Poët, le due stagioni di Storia della mia famiglia, il biopic Carosello Carosone, in cui ha vestito i panni dell’indimenticabile artista napoletano, e, più recentemente, la partecipazione a La resurrezione di Cristo di Mel Gibson, dove interpreta San Paolo.

Un percorso che testimonia la volontà di alternare produzioni popolari e cinema d’autore, senza rinunciare alla ricerca artistica.

Al Social World Film Festival, Scarpetta ha accompagnato la presentazione fuori concorso di VAS, il nuovo film di Gianmaria Fiorillo. Un progetto indipendente che l’attore ha sostenuto fin dall’inizio, attendendo cinque anni prima che riuscisse a vedere la luce. Al termine della proiezione lo abbiamo incontrato per parlare del film, delle difficoltà produttive del cinema italiano e del modo in cui Napoli continua a essere raccontata sullo schermo.

VAS arriva al pubblico dopo un lungo percorso produttivo e parecchie difficoltà distributive. Un film che affronta tematiche importanti e attuali come l’isolamento e l’alienazione, la dipendenza da internet e l’incapacità di relazionarsi andrebbe fatto vedere a quanta più gente possibile. Dopo aver ascoltato anche il racconto della lavorazione, viene spontaneo chiedersi se oggi il vero ostacolo del cinema italiano non sia proprio la distribuzione.

Credo che il problema sia più ampio. Chi investe dei soldi, giustamente, vuole recuperarli. Le scommesse sono sempre meno. Noi dobbiamo ringraziare il cielo se, dopo cinque anni, siamo riusciti a fare questo film. Io avevo accettato VAS quando stavo ancora girando la prima stagione de L’Amica Geniale. Per anni ho continuato a dire al mio agente che, prima o poi, quel film si sarebbe fatto e che io ci sarei stato.

Il problema è che oggi, troppo spesso, vengono favoriti i follower, la visibilità e la prospettiva di un ritorno economico immediato, più che il valore di un progetto artistico. Non riguarda soltanto la mia esperienza personale: è un meccanismo che interessa tutto il cinema italiano.

In questo scenario il confine tra cinema e serialità sembra sempre più sottile. È cambiato anche il modo in cui vengono scelti i progetti?

Ci sono registi che, per il loro nome, riescono già a dare garanzie alle produzioni. In altri casi è l’attore o l’attrice ad assicurare quella fiducia necessaria per ottenere i finanziamenti. Sapevo che uno dei motivi per cui VAS era riuscito a partire era anche il fatto che, in questo momento della mia carriera, avessi una certa forza dal punto di vista della visibilità e della credibilità professionale.

Bisogna trovare il giusto equilibrio: un interprete deve poter aiutare un progetto a nascere, ma deve essere anche al servizio del film. Se si rincorrono soltanto le logiche del mercato, si rischia di perdere la qualità della proposta artistica.

Napoli continua a dividere il pubblico ogni volta che viene raccontata dal cinema o dalla televisione. C’è chi accusa certe opere di alimentare stereotipi e chi, invece, le difende sempre. Che ne pensi?

Dico una frase molto semplice: venite a Napoli.

Non fermatevi a quello che racconta un film o una serie televisiva. Venite a viverla. Io vivo a Napoli e continuerò a viverci. Sono stato a Roma soltanto per frequentare il Centro Sperimentale, ma Napoli è casa mia.

È una città che amo profondamente e che, proprio perché amo così tanto, a volte riesco anche a odiare. Credo sia un sentimento che molti napoletani conoscono bene. Per questo invito sempre le persone a farsi un’idea diretta, senza affidarsi soltanto alle immagini e ai racconti.

Forse la vera sfida è anche educare lo spettatore a leggere il linguaggio del cinema con maggiore consapevolezza.

Se guardiamo agli ultimi anni, Napoli è stata raccontata attraverso punti di vista completamente diversi. Abbiamo avuto Paolo Sorrentino, abbiamo avuto Gomorra. Abbiamo raccontato la borghesia più raffinata e la realtà più dura.

Napoli possiede una ricchezza di colori, di contrasti e di sfumature che probabilmente non esiste altrove. Per questo continuerà sempre a ispirare racconti differenti. Chi vive qui conosce già questa complessità. Chi viene da fuori dovrebbe venire a scoprirla con i propri occhi.

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