Dal 9 aprile al cinema LA SALITA di Massimiliano Gallo
“La Salita” è il film che segna il debutto alla regia di Massimiliano Gallo – che è anche autore della sceneggiatura con Riccardo Brun e Mara Fondacaro – ed è interpretato da Roberta Caronia, Alfredo Francesco Cossu, Mariano Rigillo, Antonio Milo, Shalana Santana, Gianfelice Imparato e Maurizio Casagrande. Una produzione Panamafilm, F.A.N. con Rai Cinema e in uscita nelle sale il 9 aprile distribuito da Fandango dopo essere stato presentato a Venezia e premiato come Migliore Opera Prima al Bif&st, “La Salita” è tutto all’insegna del teatro, della sua importanza e della sua potenza, a partire da un nume tutelare come Eduardo De Filippo.
Ambientato nel carcere di Nisida negli anni ‘80 e ispirato a una storia vera, parte da due fatti documentati. Il primo è il trasferimento temporaneo di alcune detenute del carcere femminile di Pozzuoli al carcere minorile maschile di Nisida nel 1983, a causa di danni strutturali legati al bradisismo. Il secondo riguarda l’attività di Eduardo De Filippo che nello stesso anno, subito dopo essere stato nominato Senatore a vita, si reca più volte a Nisida, contribuisce alla ristrutturazione del Teatro del carcere e avvia un progetto teatrale per i giovani detenuti impiantando una scuola di scenotecnica e una di recitazione e inviando gli attori della sua compagnia per mettere in scena il primo spettacolo teatrale in un Istituto penitenziario minorile italiano.


“La Salita” racconta questo intreccio di vite e destini, di donne e giovani alle prese con l’esperienza della detenzione, ma anche con la possibilità di un riscatto e combina queste due linee storiche con elementi di finzione, centrando la narrazione sull’incontro tra Emanuele (Alfredo Francesco Cossu), giovane detenuto, e Beatrice (Roberta Caronia), una delle donne trasferite da Pozzuoli.
L’interazione tra i due all’interno di uno spazio segnato da confini fisici e sociali introduce il teatro come elemento di raccordo e di trasformazione narrativa e attiva una dinamica che coinvolge altri personaggi: il Direttore (Gianfelice Imparato), rappresentante istituzionale che osserva gli sviluppi con attenzione; Giovanni (Antonio Milo) e Maria (Shalana Santana), due educatori molto attivi nel carcere. Accanto a questi personaggi immaginari o ispirati a figure reali, emerge la presenza di Eduardo De Filippo, interpretato da Mariano Rigillo, che diventa punto di connessione tra la struttura carceraria e l’attività creativa.
Il film rende omaggio al coraggio e alla vitalità di Eduardo che, contro ogni pastoia burocratica, ha saputo fare qualcosa di davvero salvifico per i ragazzi di Nisida e diventa il racconto di un impegno civile e culturale che affonda le radici nel teatro e nella sua capacità di trasformare, aprire varchi, restituire dignità.

Massimiliano Gallo il suo primo progetto da regista
Accettare di dirigere un film è un po’ come vestire i panni del comandante di una nave che deve assicurarsi di portarla in un porto sicuro. Stare su un set è un po’ come stare in alto mare, devi stare attento a coprire falle, controllare il meteo, gli errori della ciurma, e in primis i tuoi. Devi creare una squadra che abbia le stesse finalità e lo stesso credo. È un’impresa ardua, piena di insidie, ma il navigare stesso ti tranquillizza, rende il tuo impegno piacevole.
Ecco, probabilmente questo è quanto successo al sottoscritto, ero preoccupato per l’impresa da affrontare ma stranamente tranquillo e felice di quella responsabilità. È vero, sono da una vita su un set, ma altra cosa è frequentarlo come regista. Per il mio debutto alla regia volevo avere la piena consapevolezza di quello che stessi facendo. Volevo avere la capacità e la forza di raccontare la storia con il mio sguardo, dal mio punto di vista.


Con questa storia, spero di esserci riuscito. Probabilmente perché è una storia che mi appartiene, che racconta il vincolo, la speranza di alcuni ragazzi e la voglia di riscattare la propria vita. E poi, perché racconta di Eduardo De Filippo e del suo impegno con i ragazzi di Nisida. È una storia che rende omaggio al Teatro e al suo potere salvifico.
È una storia che in pochi conoscono e per questo andava raccontata. Ho amato questo progetto, ho amato la troupe che mi ha dato cuore e anima, gli straordinari attori che compongono il cast, ho amato questi ragazzi, spero solo, che anche voi possiate appassionarvi ad essa, come ho fatto io. È un film sincero.


La sceneggiatura
Dal 2010 al 2020 insieme ad alcuni autori napoletani (Viola Ardone, Patrizia Rinaldi, Maurizio de Giovanni, Antonio Menna, Valeria Parrella, Daniela De Crescenzo, Mario Gelardi, Antonella Ossorio, Massimiliano Virgilio, Gianni Solla e tanti altri) ho partecipato a un laboratorio di scrittura con i ragazzini reclusi nel carcere minorile di Nisida. Il laboratorio era voluto dal direttore del Carcere di Nisida, Gianluca Guida, e dalla professoressa Maria Franco, che lo coordinava.
È stata un’esperienza lunga, intensa e per molti versi illuminanti. Ci siamo resi conto che a questi ragazzini bisogna offrire una possibilità di scelta, e far in modo che possano vedere anche una strada diversa oltre a quella apparentemente già tracciata per loro. Altrimenti li staremo abbandonando alla strada. Tutto il resto sono chiacchiere.
La storia di questo film nasce anche da quella esperienza. Parte da due storie vere e ne innesta una inventata che ha che fare proprio con la scelta, la bellezza che ognuno di noi si porta dentro, e il potere salvifico della parola, delle arti, della cultura. In questo caso del teatro. Il film è ambientato nel 1983. Le storie vere sono il trasferimento di alcune detenute dal carcere femminile di Pozzuoli (chiuso temporaneamente per lesioni dovute al bradisismo) al carcere minorile di Nisida (all’epoca solo maschile) e la creazione da parte di Eduardo de Filippo di una scuola di teatro e di una di scenotecnica per i ragazzi detenuti a Nisida. E soprattutto l’organizzazione di uno dei primi esperimenti in Italia di spettacolo teatrale organizzato facendo recitare insieme detenuti e attori professionisti.


Con Massimiliano già in fase di scrittura abbiamo deciso di adottare un registro che si collocasse a metà fra la favola nera e alcune commedie impegnate britanniche. Da un lato dunque un leggero, impercettibile sfasamento della realtà, che potesse condurci su un piano poetico senza perdere aderenza con la verità delle cose. Dall’altro lato il tono allegro, scanzonato e motivazionale di una comunità che si unisce e che fra mille difficoltà lavora insieme per il raggiungimento di un obiettivo.
Muoversi su un registro che tenesse insieme questi due generi non è stato facile, è stata una sfida complicata sia in fase di scrittura che poi in fase di riprese, ci ha obbligati a muoverci in uno spazio sospeso, in un equilibrio fra diversi toni, tenendo sempre a mente che poi per certi versi questa è anche una storia carceraria, ma stando attenti a non indulgere in nessuno dei cliché delle storie di carcere.
Sul set Massimiliano ha avuto un controllo quasi totale di ciò che ha girato: idee molto chiare, buon umore, calma, determinazione, e anche il coraggio di seguire il proprio istinto quando gli suggeriva di osare e di andare visivamente in una direzione piuttosto che in un’altra. Tutti questi ingredienti li abbiamo mescolati per cercare di raccontare, con un film non prevedibile, una storia che emozionasse, appassionasse, facesse riflettere e riportasse alla luce un pezzettino di storia napoletana. Se ci siamo riusciti saranno gli spettatori a giudicarlo.
Riccardo Brun

La produzione
Produttivamente questo film è stato un’impresa anche un po’ folle. A un certo punto, a un paio di mesi dall’inizio delle riprese stavamo per fermarci e bloccare tutto, forse addirittura rinunciare. Tutta la discussione sulle nuove regole del tax credit aveva, infatti, di fatto paralizzato il settore, non si capiva quando sarebbero usciti i decreti, quali sarebbero state le nuove regole, non sapevamo addirittura se il tax credit (che per noi, come per tutto il Cinema Italiano degli ultimi anni, era un pezzo della copertura finanziaria del film) ci sarebbe stato ancora alla fine di questa battaglia, o se con danni immensi per tutto il comparto audiovisivo italiano, sarebbe stato praticamente eliminato.
Le voci si rincorrevano, circolavano bozze che ai nostri occhi non potevano essere definitive perché tendenzialmente prive di senso. Insomma la confusione era grande sotto il cielo, e la situazione per niente buona. In un bar ad Agnano tutti e cinque noi produttori ci incontrammo e ci mettemmo seduti con le facce tese. Mettemmo mani, carte, e paure sul tavolo, soppesammo pro e contro, ci guardammo in faccia bene, e alla fine decidemmo di rischiare, e di girare il film nei tempi previsti, da fine agosto a fine settembre 2024.
Il cast che stavamo costruendo era di alto livello, la troupe tutta ci dava garanzie di poter superare le difficoltà, Massimiliano si sentiva pronto e noi quattro lo avremmo aiutato in ogni modo. Siamo dunque partiti e abbiamo girato in parte nell’Ex Base Nato di Agnano e in parte sull’Isola di Nisida, negli spazi esterni all’IPM. Le difficoltà non sono state poche, come per esempio la notte in cui abbiamo girato la scena dello spettacolo, su un promontorio dell’Isola di Nisida. Avevamo preparato una piscina con 25.000 litri d’acqua per avere della pioggia finta perché c’è una scena in cui Eduardo rimane seduto sotto la pioggia a guardare recitare i ragazzi mentre tutto il pubblico si alza, per poi tornare a sedersi quando si accorge che la pioggia sta finendo e che il Maestro è rimasto seduto.


È una storia vera, la riportano le cronache dell’epoca, e noi ci tenevamo a girarla così. Eduardo, che all’epoca della nostra storia aveva 83 anni, è stato interpretato da Mariano Rigillo, più o meno coetaneo, e ci preoccupavamo che Mariano prendesse troppo freddo, che fosse scomodo, che non reggesse tutta la notte all’aperto. Le notti in cima a una montagna sono sempre complicate per girare: senza altra illuminazione se non la nostra, senza prese per la corrente, se non quelle dei nostri generatori, senza ripari, se non le nostre tende easy up.
Poi venne a piovere sul serio e questo ci mise in ulteriore difficoltà: avevamo tutte le comparse che facevano il pubblico dello spettacolo, più tutti i nostri attori da tenere al riparo, le nostre easy up erano a sufficienza ma, comunque qualcuno si bagnava e andava asciugato perché non poteva risultare bagnato prima che nella scena iniziasse la pioggia. Se devi girare una scena dove inizia a piovere e poi smette, la pioggia bisogna farla finta, e la pioggia vera è un bel problema. Ma superammo quella notte, così come tutti gli altri problemi incontrati lungo le quattro settimane del set, e la scena dello spettacolo è venuta molto bella.
Donella Bossi Pucci, Riccardo Brun, Paolo Rossetti, Francesco Siciliano, Rino Pinto, Massimiliano Gallo

Mariano Rigillo è Eduardo nel film La Salita
Nel film La Salita, Mariano Rigillo dà corpo a un Eduardo De Filippo intenso, misurato, profondamente legato a una visione del teatro che supera il palcoscenico. A 86 anni, l’attore affronta il ruolo con lucidità e rispetto, scegliendo di restituire l’uomo prima ancora dell’icona. Un Eduardo senatore a vita, nella Napoli del 1983, che decide di entrare nel carcere minorile di Nisida per fondare una scuola di scenotecnica e recitazione. Un gesto che racconta il teatro come pratica educativa, come possibilità reale di cambiamento.
Rigillo ha sentito da subito una forte adesione a questo personaggio. Quando Francesco Siciliano e Marita D’Elia gli parlarono del progetto, la risposta arrivò senza esitazioni. Quel ruolo gli apparteneva. L’incontro con Massimiliano Gallo, al debutto alla regia, ha dato forma a un lavoro condiviso, fondato sull’ascolto e su una comune idea di cinema come racconto civile.
“Quando mi parlarono del film dissi subito che questo ruolo lo avrei fatto io”


Nel raccontare La Salita, Mariano Rigillo torna spesso a un episodio che chiarisce il senso profondo della storia. Tra i ragazzi che frequentarono il laboratorio di scenotecnica a Nisida c’era Rosario Imparato. Seguì le lezioni con lo scenografo di Eduardo, Bruno Garofalo. Una volta fuori dal carcere, fondò un laboratorio di scenografia che divenne presto un riferimento importante. Col tempo Rosario diventò impresario teatrale, anche dello stesso Rigillo e di sua moglie, Anna Teresa Rossini. Un percorso che per l’attore non ha bisogno di commenti ulteriori.
Il teatro, quando entra nella vita delle persone nel modo giusto, lascia segni duraturi. Questa idea attraversa tutta la carriera di Mariano Rigillo. Diplomato all’Accademia d’arte drammatica Silvio d’Amico, allievo di Orazio Costa e Sergio Tofano, ha costruito un cammino coerente tra teatro, cinema e televisione. Dai classici ai contemporanei, da Shakespeare a Pirandello, da Brecht a Patroni Griffi, ha sempre scelto testi e ruoli capaci di interrogare il presente. Anche nel cinema e nella serialità televisiva ha mantenuto uno stile sobrio, riconoscibile, mai compiacente. Al centro de La Salita resta la prova di Mariano Rigillo e il suo Eduardo. Un incontro tra teatro e responsabilità, tra arte e vita, che continua a parlare anche oggi.
La colonna sonora di Enzo Avitabile
Le musiche di Enzo Avitabile accompagnano La Salita lungo tutto il suo percorso. “Ca nun mancasse màje ’o sole” è il brano che più di altri restituisce il senso di questo lavoro, ma la colonna sonora nel suo insieme segue la stessa direzione narrativa del film. Il racconto procede per passaggi, pause, ritorni. La musica entra in questi spazi senza commentarli. Ne rispetta il ritmo, ne sostiene il peso. Il suono resta vicino alle immagini e ai personaggi, senza mai anticipare o spiegare ciò che accade.
La vita che emerge è fatta di alternanze. Presenza e assenza, pienezza e mancanza. In mezzo a questo movimento resta il desiderio che qualcosa tenga, che non venga meno. Il sole evocato nel titolo del brano diventa una figura di orientamento, una continuità possibile anche nei momenti più duri. Nel testo di Avitabile ritorna l’immagine della casa. Una casa abitata dal tempo, attraversata da notti diverse, mai uguali. Non è un luogo ideale, ma uno spazio reale, segnato dalle esperienze.


È la stessa dimensione in cui si muovono i personaggi del film, dentro una quotidianità complessa, fatta di tentativi e ripartenze. “Non manca mai” non elimina la fatica. Indica che qualcosa resta anche quando tutto sembra fragile. A volte sono le relazioni, altre volte è la possibilità di stare da soli senza sentirsi persi. La canzone tiene insieme entrambe le condizioni, senza contrapporle. Il lavoro musicale di Avitabile rafforza il tono del film proprio per questa misura.
La Salita racconta un percorso privo di scorciatoie. Le musiche lo seguono senza sovrapporsi, mantenendo coerenza e continuità. “Ca nun mancasse màje ’o sole” resta come traccia costante all’interno del film. Un augurio che attraversa la storia senza diventare consolazione facile. Anche nei momenti più duri, esiste una direzione possibile.
La lezione di Eduardo
Eduardo De Filippo e i minori detenuti, una lezione che parla ancora al presente
Nel marzo del 1982 Eduardo De Filippo, da poco nominato senatore a vita, prende la parola a Palazzo Madama per parlare dell’istituto penale minorile Gaetano Filangieri di Napoli. Non è un intervento di circostanza. Eduardo sceglie di occuparsi dei ragazzi detenuti, del loro futuro e delle responsabilità dello Stato nei loro confronti. Quelle parole mettono a confronto una visione fondata su fiducia, lavoro e cura con un presente segnato da politiche che privilegiano il controllo e la chiusura.
Il discorso del 1982 e la responsabilità delle istituzioni
Eduardo racconta di aver visitato il Filangieri, di aver parlato con i ragazzi, di aver osservato da vicino spazi, attività, laboratori. Riconosce il valore dell’istituto, ma individua il nodo centrale. Non è solo una questione di risorse. È il tempo sospeso della giustizia minorile, l’attesa dei processi, il rischio di un passaggio diretto alle carceri per adulti al compimento dei diciotto anni. La domanda che porta in Aula nasce dalle voci dei ragazzi. Chi darà fiducia a chi esce da un istituto penale. Chi offrirà un lavoro. Senza risposte a queste domande, la rieducazione resta una promessa vuota.

Fiducia, lavoro, dignità
Nel suo intervento Eduardo lega il tema dei minori detenuti a una riflessione più ampia sulla società italiana. Richiama la frattura tra cittadini e istituzioni, la crisi morale, le leggi che non tengono il passo con i cambiamenti sociali. Per lui la giustizia non può prescindere dalla dignità della persona. Il lavoro diventa il punto di svolta. Non come punizione, ma come strumento di riconoscimento. Senza fiducia e senza una prospettiva concreta, il ritorno alla marginalità appare inevitabile. È su questo terreno che Eduardo chiede al Senato di assumersi una responsabilità diretta.
La “Legge Eduardo” e l’esperienza del Filangieri
L’impegno di Eduardo non resta confinato alle parole. Negli anni successivi prende forma quella che verrà ricordata come la “Legge Eduardo”, pensata per sostenere progetti di reinserimento tra Nisida e Benevento. Un’esperienza applicata in modo limitato, ma capace di mostrare una strada possibile. Nella Napoli amministrata da Maurizio Valenzi, il Filangieri diventa per un periodo un luogo di scuola, laboratori e formazione. Un modello che mette al centro l’educazione e il lavoro, non l’isolamento.
Una lezione ancora attuale
Oggi degli istituti penali per minorenni si parla quasi solo in occasione di violenze, abusi, suicidi. Raramente si racconta il contesto che precede l’ingresso in carcere. Povertà, esclusione, assenza di politiche sociali. Eduardo, già nel 1982, indica con chiarezza questo legame. La sua lezione resta attuale perché chiama in causa la politica, la cultura e la società nel suo insieme. Senza fiducia non esiste rieducazione. Senza lavoro non esiste reinserimento. Senza responsabilità condivisa, il carcere diventa solo un luogo di ripetizione dell’errore.

















