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“La Salita” di Massimiliano Gallo, la lezione di Eduardo come faro per un film sincero e appassionato

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C’è un punto preciso in cui La Salita, esordio alla regia di Massimiliano Gallo, smette di essere solo racconto e diventa gesto. È il momento in cui il Cinema incontra la memoria e decide di non semplificarla, ma di restituirne le contraddizioni, le pause, perfino le zone d’ombra.

Presentato alla Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica di Venezia e premiato al Bif&st come Migliore Opera Prima, il film affonda le radici in un episodio poco frequentato della storia recente: 1983, il bradisismo costringe alla chiusura del carcere femminile di Pozzuoli e si rende necessario il trasferimento temporaneo di alcune detenute nel carcere minorile di Nisida. Uno spazio pensato per ragazzi che hanno sbagliato che, improvvisamente, cambia natura, si riempie di presenze inattese e di esistenze costrette a condividere lo stesso perimetro senza essersi mai scelte.

Su questo terreno già fragile si inserisce la figura di Eduardo De Filippo, che in quegli stessi mesi entra davvero a Nisida, non per una visita istituzionale ma per restare, osservare, costruire. Il teatro – ricostruito, insegnato, praticato – diventa così un dispositivo concreto, non simbolico, capace di incidere sulle vite. La Salita nasce da qui: dall’intreccio tra fatti documentati e una linea narrativa che immagina l’incontro tra un giovane detenuto e una donna trasferita da Pozzuoli.

Gallo lavora su questa materia con un approccio che rifugge ogni scorciatoia. Il carcere non è mai spettacolo, né sfondo drammatico da enfatizzare. È piuttosto un luogo sospeso, dove il tempo si dilata e le identità restano in bilico. La regia sceglie la sottrazione: pochi movimenti, attenzione ai volti, un uso dell’immagine che privilegia la prossimità emotiva rispetto all’enfasi, con le riprese dall’alto della “salita” che si chiudono nello spazio angusto del cortile per trovarsi rapite dai volti dei protagonisti.

In questo equilibrio si inserisce il rapporto tra Emanuele e Beatrice, interpretati da Alfredo Cossu e Roberta Caronia. La loro relazione non cerca definizioni rassicuranti, ma si muove su un terreno ambiguo, dove affetto, bisogno e desiderio si intrecciano senza mai trovare una forma definitiva. È qui che il film mostra la sua qualità migliore: la capacità di osservare senza giudicare.

Accanto a loro, il racconto si apre a una dimensione corale in cui trovano spazio Gianfelice Imparato (Direttore del carcere), Maurizio Casagrande (Carlo Croccolo), Maria Bolignano (Lucia-guardia Pozzuoli), Antonio Milo (Giovanni-guardia Nisida) e Shalana Santana (l’insegnante Maria), presenze che contribuiscono a restituire un’idea di istituzione non monolitica, attraversata da crepe e possibilità.

Tutti i componenti del cast meritano di essere menzionati, dai bravissimi ragazzi Diego D’Elia, Manuel Mazia, Francesco Piccirillo, Alessandro De Renzi, alle eccezionali “detenute” Lucianna De Falco, Antonella Morea, Greta Esposito, Angela De Matteo; da un’immensa Gea Martire a Marianna Mercurio e Francesco Siciliano, da Gennaro Di Biase e Stefania Blandeburgo, a Luisa Esposito e Eleonora Vanni con Ludovica Ferraro e Marisa Carluccio.

Se il cameo finale di Massimiliano Gallo è significativo e a dir poco commovente, il fulcro emotivo e simbolico del film resta l’interpretazione di Mariano Rigillo nei panni di Eduardo. La sua non è certo un’imitazione, ma una restituzione essenziale, quasi trattenuta, che privilegia l’uomo rispetto all’icona. Rigillo costruisce un Eduardo che agisce più che dichiarare, che osserva e interviene con discrezione, incarnando un’idea di teatro come pratica educativa e responsabilità civile. In questa scelta si coglie una coerenza profonda con la traiettoria artistica del drammaturgo e con il senso stesso del film: il teatro non come rappresentazione, ma come occasione reale di trasformazione.

Questa tensione verso il cambiamento affonda le sue radici anche in un’esperienza più recente: il laboratorio di scrittura realizzato tra il 2010 e il 2020 con i ragazzi detenuti a Nisida. Un percorso che ha messo in evidenza una necessità precisa – offrire alternative, aprire possibilità – e che il film rielabora in forma narrativa. La Salita non teorizza, ma mostra cosa accade quando a chi sembra chiuso in un destino segnato si offre una scelta.

La musica di Enzo Avitabile si inserisce alla perfezione in questo disegno. Non accompagna per sottolineare, ma per restare accanto alle immagini. Brani come “Ca nun mancasse màje ’o sole” e l’inedita “Addore ‘e libertà” funzionano come una traccia sotterranea: non consolano, ma indicano una direzione possibile. La colonna sonora segue il ritmo interno del film, fatto di pause e ripartenze, e ne amplifica la dimensione emotiva senza mai invaderla.

Dal punto di vista formale, Gallo dimostra una consapevolezza sorprendente per un esordio. La scelta di una regia controllata, quasi artigianale, restituisce al film una compattezza che regge anche nei passaggi più complessi, con qualche sporadica e inevitabile rigidità narrativa.

La Salita è un’opera che evita la retorica pur muovendosi su un terreno altamente esposto. Non cerca di dimostrare, ma di suggerire. Non promette redenzioni, ma apre spiragli, mostra il riscatto possibile.

E in un cinema spesso incline a semplificare, questa scelta – silenziosa, ostinata – è forse il suo gesto più radicale.

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