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Napoli: la narrazione diviene tossica quando lo spettatore è inconsapevole

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Da qualche tempo, nel dibattito pubblico, Napoli è tornata a essere terreno di scontro simbolico. Non per un fatto di cronaca specifico, ma per qualcosa di più sottile e pervasivo: la sensazione diffusa che una parte consistente delle produzioni cinetelevisive continui a raccontare la città e i suoi abitanti attraverso una lente deformante, reiterando una narrazione tossica fatta di criminalità onnipresente, degrado inevitabile, destino già scritto. Una narrazione che, a forza di ripetersi, rischia di diventare verità percepita. Da mobilitazioni di avvocati a interrogazioni parlamentari, passando per prese di posizione di amministratori locali e addetti ai lavori della comunicazione, fino a squallide “shit storm” sui social network, l’indignazione si accende ad intermittenza quasi regolare.

Da giornalista cinematografico, credo sia necessario affrontare la questione senza slogan e senza ipocrisie. Napoli non è una città immacolata, così come non lo sono Roma, New York, Parigi o Tokyo (e non a caso ho citato delle metropoli protagoniste da sempre nella Settima Arte). La criminalità esiste, la marginalità anche, e il cinema e la televisione hanno tutto il diritto — anzi, talvolta il dovere, in quanto Arte l’una e mezzo di comunicazione l’altra — di raccontarle. Negare questo sarebbe non solo ingenuo, ma profondamente antistorico. Il problema non è cosa si racconta, ma quanto e come, soprattutto quando una sola chiave di lettura finisce per oscurare tutte le altre.

Il cinema e le serie tv hanno un’enorme forza di costruzione dell’immaginario collettivo. Quando per anni una città viene mostrata quasi esclusivamente come luogo di violenza, sopraffazione e assenza di alternative, il rischio è che la narrazione artistica venga confusa con una descrizione totale e definitiva della realtà. È qui che nasce il cortocircuito: non nella libertà degli autori, ma nell’uso passivo che lo spettatore fa di ciò che vede.

Ed è fondamentale dirlo con chiarezza: la libertà narrativa di autori, sceneggiatori e registi è sacra. Vale quando si raccontano storie tratte dalla vita reale, anche le più dure e scomode, e vale allo stesso modo per opere di finzione pura, dove Napoli diventa scenario simbolico, metafora, ambientazione drammatica. Pretendere “racconti edificanti” per bilanciare quelli cupi significherebbe scivolare in una forma di controllo culturale che nulla ha a che fare con l’arte. Il cinema non è un ufficio turistico, né un manuale di educazione civica.

Allo stesso tempo, però, è legittimo — anzi sano — che esista una critica forte, anche aspra, nei confronti di certe scelte narrative. Criticare non significa censurare. Significa interrogarsi sull’impatto sociale di un racconto, sul suo peso simbolico, sulle responsabilità (non giuridiche, ma culturali) di chi produce immagini destinate a milioni di persone. La libertà di espressione non è un privilegio a senso unico: appartiene tanto a chi crea quanto a chi osserva, analizza e contesta.

Il vero nodo, allora, non è chiedere meno storie “negative”, ma rendere gli spettatori più consapevoli. Far si che il pubblico diventi attivo, capace di distinguere tra racconto e realtà, tra rappresentazione e totalizzazione. Questo passa attraverso strumenti sociali, educativi, civici e umani: una scuola che insegni a leggere le immagini, un dibattito pubblico meno isterico, un’educazione culturale che non deleghi esclusivamente al cinema il compito di spiegare il mondo.

Napoli non ha bisogno di essere difesa dal cinema. Ha bisogno che il cinema continui a essere libero. Ma ha anche bisogno, come il resto del mondo, di spettatori/cittadini liberi, capaci di non farsi condizionare da una narrazione dominante, qualunque essa sia. Solo così si può uscire dalla logica sterile del “raccontatela meglio” o “non raccontatela più” e iniziare, finalmente, a parlare di pluralità degli sguardi.

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