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“Avemmaria”, il tempo sospeso della memoria tra realtà e immaginazione nell’esordio di Fortunato Cerlino

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C’è una frase di François Truffaut che torna spesso alla mente quando il Cinema sceglie di raccontare l’infanzia: i bambini non sono personaggi, sono un modo diverso di guardare il mondo. È probabilmente da questa consapevolezza che prende forma Avemmaria, l’opera prima di Fortunato Cerlino. Un film che non utilizza l’infanzia come semplice ricordo autobiografico, ma come luogo dello sguardo, spazio interiore nel quale il tempo continua ostinatamente a vivere.

Tratto dal romanzo “Se vuoi vivere felice” dello stesso Cerlino, Avemmaria evita quasi subito la strada più prevedibile. La periferia napoletana degli anni Ottanta potrebbe facilmente trasformarsi nell’ennesimo racconto sulla marginalità, sulla camorra, sulla cronaca. Il regista, invece, sceglie di guardare altrove. La violenza resta sullo sfondo, presente ma mai dominante. Ciò che davvero interessa a Cerlino sono le conseguenze invisibili di quel contesto: il modo in cui un bambino impara troppo presto a fare i conti con la paura, con il silenzio e con il peso di un destino che gli altri sembrano aver già scritto per lui (“Chi nasce tondo non può morire quadrato“).

È una prospettiva che richiama il miglior Luigi Comencini, quello capace di osservare il mondo attraverso gli occhi dei più piccoli senza trasformarli in simboli o strumenti narrativi. Ma l’autore non guarda al passato con nostalgia cinefila. Se c’è un’eredità che raccoglie è piuttosto quella di un Cinema che considera l’infanzia il luogo in cui nasce l’identità degli adulti.

Per questo il cuore del film non è la ricostruzione di un’epoca, ma il dialogo continuo tra ciò che siamo stati e ciò che siamo diventati.

La struttura narrativa si sviluppa come un lento attraversamento della memoria. Il Felice adulto incontra il bambino che è stato; il presente entra nel passato e il passato modifica continuamente il presente. Non esistono confini netti tra reale e immaginazione. Esiste piuttosto un tempo sospeso, quasi una dimensione mentale, nella quale il Cinema trova il proprio linguaggio più autentico. È una scelta narrativa tutt’altro che semplice, ma che Cerlino affronta con una sorprendente naturalezza, evitando spiegazioni e lasciando che siano le immagini a costruire il senso del racconto.

In questo continuo slittamento temporale affiora anche un’altra suggestione cinematografica. Non tanto il realismo sociale italiano, quanto quel Cinema europeo che ha saputo trasformare la memoria in materia narrativa. Senza mai citarli apertamente, Avemmaria sembra dialogare con la lezione di Truffaut, con certe sospensioni emotive di Fellini e persino con quella dimensione spirituale della memoria che attraversa il Cinema di Andrej Tarkovskij. Non perché ne riproduca lo stile, ma perché condivide la stessa domanda di fondo: è possibile tornare indietro per comprendere davvero chi siamo?

La risposta arriva soprattutto attraverso la regia.

Per essere un’opera prima, colpisce la fiducia che Cerlino ripone nella forza dell’immagine. Non rincorre il virtuosismo, non sente il bisogno di sottolineare ogni passaggio emotivo. La macchina da presa osserva più di quanto commenti. I silenzi diventano parte integrante della scrittura cinematografica, mentre la fotografia accompagna con discrezione il continuo passaggio tra il piano concreto e quello onirico, facendo convivere realtà e immaginazione senza mai creare una frattura visiva. La messinscena costruisce così un equilibrio raro, nel quale ogni ambiente sembra custodire un ricordo prima ancora che una presenza.

A rendere credibile questo impianto contribuisce un cast di notevole intensità.

Mario Di Leva offre una delle interpretazioni più sorprendenti del film. Il suo Felice possiede quella naturalezza che appartiene ai bambini capaci di stare davanti alla macchina da presa senza recitare davvero. Ogni esitazione, ogni silenzio, ogni sguardo raccontano un’infanzia che non cerca mai la commozione dello spettatore, ma ne conquista lentamente l’empatia.

Salvatore Esposito sceglie invece una recitazione tutta interna, un vulcano pronto ad esplodere che riesce sempre e comunque a trattenersi. Il suo Felice adulto porta sulle spalle il peso della memoria senza trasformarlo in sofferenza esibita. È proprio nel confronto ideale con il bambino che il personaggio trova la propria verità, costruendo alcuni dei momenti più intensi dell’intero film.

Accanto a loro, Marianna Fontana conferma ancora una volta la propria sensibilità interpretativa, mentre Carmine Borrino, Gennaro Di Colandrea, Franca Abategiovanni, Giulia Coppini, Francesca Colapietro e Cecilia Bertozzi danno corpo a un universo familiare nel quale ogni personaggio conserva una precisa dignità narrativa.

Una menzione a parte meritano gli attori più giovani, con una lode particolare per il “divo Giannino” di Gabriele Di Gennaro e soprattutto per “Enzuccio ‘o lione” interpretato da un bravissimo Armando Manfregola.

La sensazione, al termine della visione, è quella di trovarsi davanti a un autore che ha scelto di non seguire le strade più facili. Avemmaria non cerca lo stereotipo della periferia, non rincorre la cronaca, non utilizza Napoli come marchio estetico. Preferisce interrogare il tempo, la memoria e quella parte di noi che continua ostinatamente a restare bambina.

È forse questo il tratto più maturo dell’esordio di Fortunato Cerlino. Aver compreso che il Cinema non serve a ricostruire il passato, ma a renderlo nuovamente presente. Perché i luoghi cambiano, gli anni passano, gli uomini diventano adulti. Eppure quel bambino continua a guardarci. Aspetta soltanto che qualcuno trovi il coraggio di voltarsi.

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