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“Tutto quello che resta di te”: un inno a coltivare il potere del rimanere umani

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Non sottovalutate il potere della vostra umanità: è l’unica cosa che nessuno vi potrà mai portare via

Nei giorni in cui l’esercito israeliano, dopo averla bombardata a tappeto, entra a Gaza City per ultimarne l’occupazione, mentre viene perpetrato il genocidio del popolo palestinese per mano del governo di Benyamin Netanyahu, il 18 settembre 2025 arriva nelle sale cinematografiche “Tutto quello che resta di te” della regista e attrice palestinese-americana Cherien Dabis. Un film potente e profondamente emozionante, che risuona dentro con un’intensità devastante per l’attualità degli eventi tragici in Medioriente.

Tutto quello che resta di te” ripercorre la storia di una famiglia palestinese dal 1948 al 2022, tre generazioni narrate da una madre di un ragazzo rimasto ferito in uno scontro con soldati israeliani durante una protesta in Cisgiordania: un racconto fatto di speranza, coraggio e lotta incessante per la propria identità, fin dal 1948, quando iniziarono i primi sfollamenti del popolo palestinese dalla loro terra da parte dell’esercito israeliano…l’esodo forzato di 700mila persone conosciuto come Nakba (catastrofe).

Il Cinema non può cambiare il mondo, ma può permettere analisi, suscitare consapevolezza, accompagnare un calarsi nella Storia per cercare di comprendere, alimentare l’impegno perché la speranza di intravedere pace trovi senso. L’opera della Dabis, cinematograficamente valida per scrittura, impatto visivo e modalità narrativa, assume un significato importantissimo per il periodo storico che si sta vivendo e mai come in questo caso sarebbe fondamentale riuscire a raggiungere un considerevole numero di spettatori, soprattutto organizzando proiezioni per gli studenti.

Nel film il ruolo della scuola, bene da difendere in modo assoluto, è esaltato, così come la figura degli insegnanti. Salim, professore, quando suo figlio Noor ha un comportamento negativo nei confronti dei compagni gli ribadisce: “La classe è una famiglia, vi dovete proteggere l’un l’altro, mi hai capito? Se ferisci qualcuno è come se ferissi tutto il mondo, incluse le persone che ami”. Salim indica, inoltre, l’importanza salvifica del leggere e della letteratura, che portano lontano, fanno girare il mondo e viaggiare con l’immaginazione, che è pensiero concreto, ma anche poesia.

Il film mostra il valore e l’importanza delle scelte personali, quando è forse il cuore di ognuno che può iniziare ad abbattere muri. È un inno a coltivare il potere del rimanere umani.

Tutto quello che resta di tela storia

Cisgiordania, 1988. Un adolescente palestinese si unisce con determinazione alle proteste locali contro i soldati israeliani. Improvvisamente la scena si blocca e, con fervore e angoscia dipinti sul volto, la madre si rivolge a un ipotetico interlocutore (che si rivelerà solo nel finale e che potremmo essere noi tutti, testimoni dei capitoli bui del secolo scorso e di questi giorni) per iniziare a raccontare la storia di tre generazioni di una famiglia sradicata, a partire dal 1948, quando le organizzazioni paramilitari sioniste espulsero più di 700.000 palestinesi dalle loro case.

Una cronaca epica della lotta di una famiglia per rimanere unita e preservare la propria dignità di fronte alle forze d’invasione israeliane. Una drammatica e orgogliosa parabola che abbraccia gli ultimi 80 anni della storia della Palestina. Una condivisione del significato di “identità palestinese” raccontato con una saggezza ed un’umanità che emozionano intensamente.         

Credo fermamente nel potere del cinema di riformulare, ispirare e guarire” – le parole della regista palestinese-americana Cherien Dabis

Il mio primo ricordo del viaggio in Palestina per visitare il nostro villaggio natale risale a quando avevo otto anni. I soldati israeliani armati trattennero la mia famiglia al confine per 12 ore. Rovistarono tra il contenuto delle nostre valigie. Mio padre li affrontò quando ci ordinarono di spogliarci per essere perquisiti, comprese le mie sorelline di tre e un anno. I soldati gli urlarono contro. Ero terrorizzata che potessero uccidere mio padre. Ricordo ancora vividamente il viaggio in auto attraverso Gerusalemme dopo quel calvario e, sporgendo la testa dal finestrino, pensai: questo è ciò che significa essere palestinesi. Noi non piacciamo alla gente, e quindi ci trattano male.

La mia vita è piena di storie di dolore e conflitto che ho visto e vissuto in Palestina. Eppure le mie esperienze, come palestinese-americana che vive principalmente nella diaspora, impallidiscono a confronto di quelle di chi vive in Palestina e delle generazioni che mi hanno preceduto. Mio padre è un rifugiato palestinese che ha vissuto gran parte della sua vita in esilio. Sono cresciuta ascoltando le sue storie, quelle della mia famiglia e della comunità che ancora vive lì, storie del 1948, del 1967 e delle Intifada. Le loro esperienze mi sono state trasmesse in modo così profondo ed emotivo che a volte sembrano essere parte dei miei ricordi.

La post-memoria è definita come l’esperienza di vedere la propria realtà quotidiana offuscata dal ricordo di un passato molto più significativo, quello vissuto dai propri genitori. L’enfasi è sugli eventi che sono passati. Cosa succede quando il passato non è ancora passato? Come si guarisce da un trauma in corso o che non è stato riconosciuto? Che viene cancellato dalla coscienza del mondo? Ho riflettuto su queste domande per gran parte della mia vita adulta. Ora voglio dedicarmi all’esplorazione delle risposte. Ho voluto provare a guarire me stessa e la mia comunità attraverso la narrazione. Volevo aumentare l’empatia del mondo nei confronti delle persone che hanno sopportato così tanto.

Così ho iniziato a pensare a come raccontare la nostra storia dalle origini e la storia del passaggio del trauma intergenerazionale dal 1948 a oggi. Tutto quello che resta di te non ha un approccio politico. È profondamente personale e intimo. È un’epopea che racconta la storia di una terra attraverso gli occhi di tre generazioni di una famiglia costantemente in lotta. Un ritratto di famiglia che esamina il rapporto tra nonno, padre e figlio e l’eredità del trauma tramandato a ciascuno di loro. È un dramma con momenti intensi e commoventi ma che lascia spazio anche alla gioia, all’amore e all’umorismo che lo rendono un viaggio indimenticabile nella storia palestinese. Ma è soprattutto un’opportunità per innescare un cambiamento avviando una conversazione sulla necessità di riconoscere la nostra sofferenza, perché è lì che inizia la guarigione.

Può sembrare un obiettivo ambizioso, ma credo fermamente nel potere del cinema di riformulare, ispirare e guarire.

Cherien Dabis

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