“Tienimi presente” di Alberto Palmiero, un racconto generazionale per un esordio sorprendentemente sincero
C’è qualcosa di disarmante, sincero e perfino un po’ ostinato in “Tienimi presente”, l’esordio del regista aversano Alberto Palmiero, premiato alla Festa del Cinema di Roma come Miglior Opera Prima. Un film piccolo nelle dimensioni produttive ma sorprendentemente grande nella sua capacità di trasformare un momento di crisi personale in racconto universale. E soprattutto un film che sembra nascere da una necessità autentica: quella di fare cinema per capire se stessi.
Palmiero – che qui non solo dirige e scrive ma interpreta se stesso – costruisce un’opera sospesa tra diario personale e racconto generazionale. Il punto di partenza è semplice e quasi doloroso nella sua verità: Alberto, giovane regista disilluso dal mondo del cinema, decide di abbandonare Roma e tornare a vivere ad Aversa con i genitori. Un ritorno a casa che sa di sconfitta, ma che lentamente diventa occasione di riflessione e di rinascita. È proprio in questa dimensione intima che “Tienimi presente” trova la sua forza. Palmiero non si limita a raccontare una storia autobiografica: la mette letteralmente in scena con la sua vita.


Nel film compaiono infatti anche i suoi genitori – Carlo Maria Palmiero ed Elena Fattore – chiamati a interpretare se stessi in una dimensione domestica fatta di piccoli gesti, silenzi e ironia familiare. Il risultato è un tono di verità che raramente si incontra nel cinema d’esordio italiano, una sorta di autofiction che non cerca mai la posa autoriale ma preferisce restare aderente alla realtà. Il film procede per episodi, incontri, momenti quotidiani. Il ritorno nella provincia campana diventa il luogo dove si depositano le domande di una generazione che si avvicina ai trent’anni con la sensazione di essere già “in ritardo”. Palmiero racconta la precarietà del fare cinema e più in generale del trovare il proprio posto nel mondo, con uno sguardo malinconico ma attraversato da una costante vena ironica.
È un cinema semplice ma consapevole, che non ha paura di mostrarsi imperfetto. E dentro questo racconto così personale si insinuano piccoli ma gustosi cortocircuiti cinefili. Nel film compaiono infatti, in alcuni divertenti cameo, due figure ben note della critica napoletana come Ignazio Senatore e Giuseppe Borrone, oltre al produttore Gianluca Arcopinto, presenza quasi simbolica per chi conosce il cinema indipendente italiano. Sono apparizioni brevi ma significative, che rafforzano l’idea di un film immerso nel mondo reale del cinema, quello fatto di incontri casuali, promesse, porte che si aprono e altre che restano chiuse.
Il momento più sorprendente, a proposito di corto circuito cinefilo, arriva già nei primi minuti del film con la presenza di Marco Bellocchio, ripreso durante la lavorazione della serie televisiva Portobello. Palmiero riesce a lavorare come comparsa sul set e il film cattura questo incontro con un misto di timidezza e ammirazione. È un passaggio quasi meta-cinematografico: il grande maestro del cinema italiano che entra nel racconto autobiografico di un giovane regista in cerca di strada.


Dal punto di vista stilistico “Tienimi presente” abbraccia una dimensione volutamente minimale. Girato con una troupe ridottissima, spesso quasi domestica, il film mantiene un tono intimo che si riflette nella fotografia essenziale e in una messa in scena priva di artifici. Non è un limite ma una scelta coerente con il racconto: tutto sembra costruito per restare vicino al protagonista, alle sue incertezze, alle sue pause. Quello di Palmiero è un cinema che nasce dalla voglia di raccontare e dalla necessità autoanalitica di raccontarsi e che trova nella leggerezza il suo antidoto alla frustrazione. Anche nei momenti più malinconici, il film conserva sempre un sorriso laterale, una capacità di guardarsi con autoironia che evita ogni compiacimento autobiografico.
In fondo “Tienimi presente” può essere definito alla stregua di un gesto di resistenza. Un film nato nel momento in cui il suo autore stava pensando di smettere di fare il regista. Paradossalmente, è stato proprio quel senso di resa a generare l’opera che lo riporta dentro la Settima Arte dalla porta principale. E forse il premio alla Festa del Cinema di Roma non è soltanto il riconoscimento a una buona opera prima. È il segnale che, anche nel nostro cinema, le storie più personali – quando sono raccontate con sincerità – riescono ancora a diventare le più universali.


