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05/06/2017, 18:10

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JE-SO’-PAZZO----un-documentario-per-raccontare-l’ex-OPG-di-Sant’Eframo


 Il documentario JE SO’ PAZZO di Andrea Canova sulla trasformazione dell’ex-OPG di Sant’Eframo per la tenacia e la volontà di un gruppo di giovani





COME NASCE IL PROGETTO

A Marzo del 2015, nel quartiere Materdei, è stato riaperto ed occupato uno degli edifici storici più grandi di Napoli. A sette anni dalla chiusura, l’ex-ospedale psichiatrico giudiziario di Sant’Eframo, una struttura carceraria ricavata dalle mura antiche di un vecchio monastero del ’600, giaceva in un stato di degrado e di completo abbandono, senza alcun progetto di recupero né di riqualificazione urbana.


Il collettivo di studenti universitari che l’ha occupato, insieme agli abitanti del quartiere, ha denunciato fin da subito le condizioni di degrado dell’edificio, riuscendo a ripulire e recuperare diverse zone del carcere e adibirne gli spazi ad uso civico e condiviso, trasformando quello che per secoli era stato un luogo di pena e di sofferenza in un posto più vivo e colorato che mai, accogliente e aperto a tutti.


Quando siamo entrati all’ex-opg Je so’ pazzo, ad un anno dall’inizio dell’occupazione, ci siamo resi conto fin da subito del valore storico e del significato simbolico che quelle mura e quei cancelli riaperti rappresentavano, e abbiamo sentito forte la necessità di documentare tale trasformazione, ogni giorno più concreta e partecipata, e di andare più a fondo sulla questione della memoria dimenticata di Sant’Eframo, e degli opg.


Abbiamo sentito l’urgenza di fotografare un cambiamento, di coglierne l’essenza ed i significati attraverso il racconto di un luogo emblematico, in cui quel vento di cambiamento ha cominciato a soffiare. Poi abbiamo conosciuto Michele e la sua storia. La sua preziosa testimonianza è divenuta subito la parte più significativa della nostra ricerca.


Con lui è iniziato il nostro viaggio nella memoria dell’ospedale psichiatrico giudiziario, negli anni in cui Michele era lì dentro come internato e annotava i suoi pensieri, le poesie, gli sfoghi e le lettere, nelle pagine del suo diario. Il suo racconto ci ha coinvolti ed emozionati fin da subito, le tracce del suo diario ci hanno regalato una testimonianza umana diretta, e poetica, a volte straziante, di quello che succedeva dietro quelle mura, dentro quelle celle.




IL DOCUMENTARIO

"Chi lo avrebbe mai detto che qui dentro un giorno ci sarebbero entrati dei bambini" dice Michele guardandosi intorno mentre ci accompagna attraverso i chiostri dell’ex-opg, verso le celle che conosce fin troppo bene.


Scrivere gli ha reso più sopportabile l’inferno della detenzione in un luogo che, come lui stesso dice, gli apparterrà per sempre. Era l’unico momento in cui si sentiva libero, quando scriveva. La sua voce, i suoi ricordi, la sua presenza intensa e delicata al tempo stesso, ci accompagnano tra le urla e le sofferenze al tempo in cui Sant’Eframo eran un opg: le botte, l’abuso di psicofarmaci, i letti di contenzione, il senso di abbandono ed oblio istituzionale e i tanti, troppi, suicidi di uomini dimenticati da tutto e da tutti.


"Era difficile vivere qui dentro" dice Michele, guardando fuori, attraverso le sbarre della finestra della sua cella, come faceva quando era rinchiuso qui dentro. Noi siamo lì, con lui, e cerchiamo di registrare tutto, soprattutto il silenzio: ogni sua parola, ogni sua esitazione o sospiro; lo seguiamo senza fargli troppe domande, lasciandolo libero di condurci dove vuole tra gli spazi angusti delle celle. Giriamo senza una scaletta premeditata, senza fretta, quasi a voler sparire dietro il suo racconto intimo e personale, e denso di emozione.


Le pagine del suo diario compongono la crono-storia della sua detenzione, durata 5 anni. Sono tracce indelebili della sua memoria e di quella di Sant’Eframo, forse le più significative tra quelle rinvenute e conservate fino ad oggi. In una di queste pagine Michele scrive: "Io sogno che gli OPG scompaiano!".


Al racconto e alle memorie di Michele, si alternano le immagini ed i suoni del presente: dei ragazzini che giocano a calcetto e delle voci, dei volti di tanti gruppi di persone, di età e di provenienze diverse, che riempiono gli spazi in continua trasformazione di un luogo che sembrava destinato al silenzio e al degrado, e che oggi è pieno di attività e di nuovi abitanti che lo attraversano, e lo curano, tutti i giorni.


Rosa, una ragazza del collettivo Je so’ pazzo ci dice che a loro piace definirla una "casa del popolo": uno spazio in cui incontrarsi anche per migliorare la qualità della vita delle persone, per confrontarsi sui problemi e sulle esigenza comuni, a partire dai più bisognosi. L’ex-opg è vissuto e attraversato da una comunità sempre piùn numerosa ed eterogenea: studenti, lavoratori, disoccupati, immigrati ed abitanti del quartiere si riuniscono nelle diverse assemblee, durante le iniziative politiche e gli eventi culturali che si svolgono dentro e fuori le mura di Sant’Eframo.


Nelle ore d’aria, nel frattempo, è iniziato un contest di murales, per ridare colore alle pareti grigie.


Luca, un ragazzino del quartiere, ci dice con fierezza che lui preferisce venire a giocare all’ex-opg, da quando è stato riaperto, piuttosto che stare in strada a "fare guai"; qui le attività sono tutte gratuite e l’ambiente è molto protetto, familiare. Per questo all’ex-opg Je so’ pazzo è stato creato anche un ambulatorio medico, uno sportello ed una scuola d’italiano per immigrati, una camera del lavoro.


Sono tutti strumenti, e spazi, che nascono dalla voglia di produrre un cambiamento reale, e di farlo insieme. Perchè all’ex-opg la politica si fa nei fatti, con ed in mezzo alla gente, e crea occasioni di riscatto, di crescita e di relazioni solidali. Poi ci sono le attività ricreative e sportive, quelle della palestra popolare, e quelle artistiche e culturali condivise nei vari laboratori e nel teatro, tutte gratuite e molto partecipate.


Il film osserva e racconta il luogo e la sua trasformazione nel tempo, alternando passato e presente, ed interrogandosi sul futuro. L’occhio della telecamera si muove come il vento, lungo i corridoi, verso le ore d’aria, dentro e fuori le celle, cercando di cogliere i momenti più significativi di una stagione di cambiamento, i suoi significati più profondi e metaforici, universali, che emergono dal forte contrasto tra reclusione e libertà, tra passato e presente, tra perdita della memoria e ricostruzione collettiva dell’identità di un luogo, e della sua memoria, che oggi appartiene a tutti.


NOTE DI REGIA di Andrea Canova

I luoghi sono contenitori di sogni, di ricordi, d’immaginari intimi e collettivi. I luoghi hanno un’anima quando hanno anche una storia da raccontare, perchè significa che qualcuno li ha vissuti. I non-luoghi, invece, che siano essi attraversati tutti i giorni oppure abbandonati, sembrano senza memoria. L’ex-ospedale psichiatrico giudiziario mi è sembrato fin dall’inizio una specie di non-luogo. Forse per via dello stato di degrado in cui versa da decenni, o forse perchè è da sempre un luogo segregato, inaccessibile, di reclusione e sofferenza.


Sant’Eframo è per metà carcere e per metà monastero, ma quello che dà subito all’occhio è la sua imponente grandezza, piena di angoscia e di mistero.


La sua storia risale al ’600, quando fu edificato come monastero. Dalle ceneri di un incendio, che lo distrusse quasi completamente, si trasformò in una caserma, poi in un carcere ed infine, durante il fascismo, divenne un manicomio criminale.


In seguito alla legge Basaglia, nel 1978, prese il nome di ospedale psichiatrico giudiziario, ma già nel 2000 fu ritenuto inagibile e venne lentamente svuotato fino alla chiusura definitiva del 2008.

Quand’era un opg, il numero degli internati era eccessivo rispetto alla capienza del carcere, le celle erano troppo piccole e i detenuti sopravvivevano, o morivano, in una struttura fuori norma, decadente, imbottiti di psicofarmaci, abbandonati sui letti di contenzione, nella totale mancanza d’igiene e di cure adeguate al loro stato d’infermità mentale.


Quando sono entrato per la prima volta, la prima sensazione che ho avuto è che il tempo si fosse fermato. Le mura con le finestre sbarrate, i portici con le lunghe arcate ed i chiostri con i pozzi e le piante;  le gabbie di ferro nelle ore d’aria, i piccoli oblò delle porte blindate, per tenere sotto controllo i detenuti: è un luogo che ti chiude lo stomaco, antico ed impenetrabile, finora rimasto inaccessibile, che sembra celare molti segreti.


Molte ombre, dietro le finestre, nel buio delle celle. Per sette anni questo luogo è stato saccheggiato e abbandonato al degrado. Ha una storia profonda ma rimasta sepolta sotto le macerie, dove la sua memoria è stata perduta e dimenticata. Le divise dei detenuti, le fasce per legarli ai letti di contenzione, archivi e documenti storici, lettere e affetti personali, pile di cartelle mediche sono state rinvenute tra depositi di rifuti, sotto la polvere, in mezzo al degrado.


E’ dalla memoria frammentata, dimenticata di Sant’Eframo, e da quel senso di vuoto, di oblìo e di silenzio inaccettabile, che nasce il bisogno di raccontare questo luogo, la sua storia e l’inizio della sua trasformazione, e di farne un film.


NOTE PRODUTTIVE - Inbilico Teatro e Film

Il documentario di creazione Je so’ pazzo è una piccola pazzia produttiva. Fatto con poco, in poco tempo, scritto in corso d’opera, girato e montato dal regista Andrea Canova, è un film che crediamo sia stato urgente e necessario realizzare, con sguardo diretto e sincero, e respiro autoriale, oltre che con mezzi assolutamente "leggeri" e sostenibili.


E’ prodotto dalla nostra etichetta di cinema e teatro indipendente InbilicoTeatro e Film, che ha sede a Napoli. Tale progetto si è basato fin da subito su un rapporto di disponibilità, intesa e collaborazione reciproca con il collettivo Je so’ pazzo, grazie al quale siamo riusciti ad immergerci nella nuova realtà di Sant’Eframo, e poter osservare e filmare la riqualificazione dei suoi spazi e le attività che si svolgevano al suo interno.


Le riprese sono durate per tutta la primavera del 2016 ed il montaggio del film è stato ultimato a Marzo 2017. Oggi il documentario è in fase di post-produzione...


Ci siamo avvalsi dell’aiuto e del contributo di amici e professionisti del settore audio-visivo e musicale, che sono ora impegnati nel lavoro di registrazione, aggiusto e perfezionamento del suono, delle musiche e delle immagini del film. Vogliamo riuscire a rimborsare almeno delle spese chi ci ha offerto, e ci sta offrendo, il lavoro e le competenze tecniche ed artistiche al fine di completare e perfezionare l’opera, e renderla fruibile anche sul grande schermo.


 



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