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30/06/2014, 19:20

silvio orlando



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 Alla 65ma Mostra del Cinema di Venezia la giuria presieduta da Wim Wenders premiò con la Coppa Volpi l’interpretazione di Silvio Orlando ne Il papà di Giovanna di Pupi Avati. In questi casi si dice ch



Alla 65ma Mostra del Cinema di Venezia la giuria presieduta da Wim Wenders premiò con la Coppa Volpi l’interpretazione di Silvio Orlando ne Il papà di Giovanna di Pupi Avati. In questi casi si dice che il premio arriva a suggellare una carriera, e sigillo migliore non poteva esserci per l’attore partenopeo.

Nato a Napoli il 30 giugno del 1957 Silvio Orlando compie oggi 57 anni: muove i primi passi in alcuni teatri cittadini, lavora infatti con registi e autori della scuola napoletana, da Carpentieri a Taiuti, a Neiwiller; ma è a Milano grazie a Gabriele Salvatores che cominciano i primi guadagni, dapprima sudando ancora in palcoscenico al Teatro dell’Elfo e poi in televisione con sit-com quali Zanzibar e qualche anno dopo Vicini di casa (1991), prima che nel 1987 arrivi l’esordio cinematografico con un piccolo ruolo in Kamikazen diretto dall’amico regista.

Due anni dopo comincia il sodalizio più importante per la sua carriera: Palombella rossa (1989) segna l’incontro con Nanni Moretti, ed è già in quella pellicola che le sue anomale potenzialità interpretative, sempre in bilico tra il comico ed il drammatico, iniziano a farsi largo tra gli addetti ai lavori.

Molti registi emergenti pensano a lui per gli esordi, e dopo Antonietta De Lillo che lo vuole in Matilda (1990) per il ruolo di un aspirante marito, Orlando dal ’90 al ’92 interpreta tre film diretti da Daniele Luchetti per cui diventerà quasi un attore feticcio: se ne La settimana della sfinge (1990) il regista lo utilizza solo in poche scene, in Arriva la bufera (1992) lo rende protagonista di una strana storia d’amore che s’intreccia con loschi affari in una denuncia non tanto velata della Tangentopoli di quegli anni.

Sempre in tema politico, c’era stata la terza fatica comune Luchetti-Orlando, la più riuscita: il ’91 è l’anno de Il portaborse, uno dei migliori film della moderna cinematografia italiana, in cui l’attore napoletano interpreta un professore idealista che entra a far parte del gruppo di lavoro di un politico corrotto, i cui panni sono egregiamente vestiti da Nanni Moretti.

Nel ’92 Mazzacurati lo vuole nell’intenso Un’altra vita, ed in questa pellicola, come qualche anno dopo in Vesna va veloce dello stesso regista, l’attore esalta ancor di più quelle doti introspettive che ne Il portaborse si erano palesate. A distanza di sei anni, nel ’93, Orlando torna a lavorare con Salvatores in Sud, storia di una rivolta popolare organizzata da quattro disoccupati in una scuola, nel giorno delle elezioni.

Nel ’95, grazie a Paolo Virzì, arriva un classico ruolo da commedia all’italiana: il bellissimo Ferie d’agosto racconta l’Italia di quegli anni attraverso personaggi come il giornalista interpretato da Orlando che, riferimento morale per tutti i suoi amici, ha perso fiducia in chi lo rappresenta e nel proprio paese nonostante continui a mantenere convinzioni sociali e politiche.

Nello stesso anno Luchetti gli disegna addosso la parte del professore protagonista de La scuola, emblematico ritratto di un mondo lasciato troppe volte in balia degli eventi; nel ‘97 ci sarà il seguito, Auguri professore, diretto da Riccardo Milani. Nel 1996 oltre a Vesna va veloce di Mazzacurati e al film collettivo Il cielo è sempre più blu di Antonello Grimaldi, Silvio Orlando lavora in due pellicole d’autore completamente agli antipodi: ne La mia generazione di Wilma Labate, è uno sprezzante poliziotto che deve condurre un detenuto colpevole di terrorismo da una carcere ad un altro, e durante il viaggio cerca di fargli confessare i nomi dei suoi complici; nel poetico e surreale I magi randagi di Sergio Citti, veste i panni di uno dei re Magi e con gli altri due gira l’Italia degli anni ’90 in cerca del Bambino Gesù.

Dopo un cameo in Nirvana (1997) di Salvatores, interpreta uno degli episodi di Polvere di Napoli (1998) di Antonio Capuano, e il poco riuscito Figli di Annibale (1998) di Davide Ferrario. È sempre il ’98 quando interpreta sé stesso nello spassoso ed emblematico Aprile di Nanni Moretti, e mai come in questo lavoro si capisce il rapporto vittima (Orlando) – carnefice (Moretti) che negli anni ci sarà tra i due.

Dal ’99 al 2001 Silvio Orlando arricchisce la sua filmografia con tre ruoli lontani anni luce dall’idea che il pubblico si è fatta fin lì di lui: Mimmo Calopresti in Preferisconil rumore del mare (1999) gli offre la parte di un padre incapace di essere tale, nonostante i suoi sforzi e l’apparente magnanimità; Giuseppe Piccioni in Fuori dal mondo (1999) lo mostra nei panni di un piccolo imprenditore solitario ed egoista a cui tocca fare i conti con le emozioni, e lo stesso regista lo vuole due anni più tardi in Luce dei miei occhi (2001) nel ruolo di un cinico malavitoso infelice nella propria onnipotenza.

Dopo aver lavorato ancora con Nanni Moretti nello struggente La stanza del figlio (2001), in brevi apparizioni come paziente dello psicanalista “Nanni”, partecipa a due ottimi film storici italiani, El Alamein (2002) di Enzo Monteleone e Il consiglio d’Egitto (2002) di Emidio Greco.

Nel 2002 viene diretto dal regista russo Sergej Bodrov nella favola circense Il bacio dell’orso. Grazie a Riccardo Milani, con cui ha già lavorato in Auguri professore, Orlando ritorna ad un ruolo di confine tra il comico e il drammatico in Il posto dell’anima (2003),  in cui interpreta un operaio messo in cassa integrazione che inizia una “battaglia” insieme ai suoi compagni contro la multinazionale che li ha sfruttati e che vuole licenziarli.

Nel 2004 per Davide Ferrario non compare in scena ma è solo voce narrante del piccolo gioiello che è Dopo mezzanotte. Nel frattempo torna a teatro con le trasposizioni Eduardo al Kursaal e Questi fantasmi, omaggi al maestro De Filippo che riscontrano un buon successo in tutta Italia tanto da essere replicati per diverse stagioni. L’eccellente periodo per la carriera di Silvio Orlando continua e Nanni Moretti pensa ad un personaggio apposta per lui, quello del protagonista nel tanto atteso quanto discusso Il caimano (2006): la sua interpretazione del produttore Bruno Bonomo è memorabile tanto da valergli il David di Donatello.

Il resto è storia degli ultimi anni: la particina in Caos calmo (2007) di Antonello Grimaldi, per un duetto di pochi minuti al fianco del suo mentore-carnefice-benefattore Nanni Moretti, protagonista della storia; la partecipazione al prologo del docu-film di Mimmo Calopresti La fabbrica dei tedeschi (2008) sulla tragedia alla ThyssenKrupp di Torino in cui persero la vita sette operai; l’interpretazione del protagonista ne Il papà di Giovanna di Pupi Avati premiata alla Mostra del Cinema di Venezia con la Coppa Volpi, poi Ex di Fausto Brizzi e Genitori e Figli di Giovanni Veronesi, Il Grande Sogno di Placido e La Passione di Mazzacurati, Un castello in Italia di Valeria Bruni Tedeschi e La Variabile Umana di Bruno Oliviero.

Penso sinceramente che Silvio Orlando sia uno dei migliori attori italiani contemporanei, di certo uno dei più versatili e completi: per sua stessa ammissione ha rappresentato, in ognuno dei film che ha interpretato, l’uomo italiano in tutte le sue sfumature; è stato l’emblema degli sconfitti che non per forza devono essere vinti, è stato operaio, imprenditore, malavitoso, padre, figlio, marito, amante, giornalista, professore, soldato, sognatore, poliziotto. La vis comica con le opere di Luchetti, l’ambigua drammaticità per Piccioni, Calopresti, Mazzacurati, Labate, la fragilità emotiva inculcatagli da Moretti, le eccezionali figure di profonda umanità interpretate per Citti, Milani, Virzì e Salvatores; tutta la carriera di Silvio Orlando racconta del nostro paese, di semplici persone protagoniste di storie ordinarie per la loro quotidianità ma straordinarie per l’intensità delle emozioni narrate.

 

nnnn


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