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03/06/2017, 15:40

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LET’S-GO-di-Antonietta-De-Lillo-alle-21:50-su-Rai-Storia


 Sabato 3 giugno alle ore 21:50 Rai Storia trasmette il documentario di Antonietta De Lillo



LET’S GO sabato 3 giugno alle ore 21:50 in onda su Rai Storia

Il ritratto di un essere umano allo sbando in un’opera di documentazione su questa Italia contemporanea




Luca Musella è stato un fotografo di un certo successo, più o meno ai tempi della Milano da bere: le sue istantanee hanno illustrato le copertine de L’Espresso, di Sette, anche di alcune riviste straniere. Ha messo su famiglia, ha investito in un paio di attività a metà fra l’intellettuale e il commerciale, e poi è arrivata la crisi, che si è portata via il lavoro, il negozio, la famiglia, la casa. Oggi Luca vaga per le strade di Milano campando di lavoretti occasionali e frequentando i "sottoproletari" come (è diventato) lui.


Antonietta De Lillo, con la collaborazione di Giovanni Piperno e dello stesso Musella alla fotografia, racconta l’odissea minima di un uomo che, nel 2013 e a oltre quarant’anni, si ritrova a mani vuote. Ma poiché Luca ha un passato da "uomo del Mulino Bianco", un’istruzione e un’educazione al bello, il suo racconto è colto e raffinato (tant’è vero che è diventato pagina scritta, prima che monologo cinematografico), e nel sottoscala dove vive il fotografo disoccupato ha un Mac gigante che gli serve per gestire il poco lavoro che trova (ancora attinente alle sue qualifiche) e addosso, ogni tanto, porta una Lacoste.


Per la prima volta sullo schermo si racconta la storia di un lavoratore del settore dell’editoria, uno dei primi ad andare in rovina sia per la poca considerazione che il settore riveste in Italia sia per l’avidità di chi ha capito che quello era un limone da spremere, poiché chi fa un lavoro intellettuale o artistico si sente un privilegiato e accetta condizioni che altri rifiuterebbero.


De Lillo racconta la facilità (e velocità) con cui nel presente italiano si "scivola via" e ci si ritrova al largo, con "la riva che si allontana". Soprattutto, ci si ritrova soli, se si cerca di tenersi agganciati alla "vecchia vita" e non si riesce per cultura - anche qui un handicap invece che un vantaggio - a ritarare la propria vita sulle nuove (im)possibilità.


Luca è animato da "ottuso ottimismo", e questo gli fa sperare in un’uscita futura dal tunnel e lo salva dalla depressione, ma è anche abbastanza realista da capire che rivedrà raramente i suoi figli e che la sua nuova famiglia è quella che ha incontrato per strada: soprattutto immigrati, giacché lui stesso è diventato un "clandestino" nel proprio Paese.


De Lillo compie il piccolo miracolo di rompere il silenzio su una situazione che riguarda ormai moltissimi, e di cui ci si vergogna, a maggior ragione se si è conosciuto un mondo diverso in cui l’etica del "vincente" era strettamente legata alla produttività e allo status sociale. Dal punto di vista cinematografico, il racconto è nitido e incisivo, senza abbellimenti estetici o sentimentalismi ricattatori, soprattutto senza falsi moralismi: una narrazione pulita, corretta, persino elegante nel dipingere la parabola di una vita, e di un cuore, irrimediabilmente spezzati.


De Lillo fa "a fette" la testimonianza di Musella stringendolo in mezzo a due "neri", verticali e orizzontali, aumentando la claustrofobia che percepiamo mentre Luca racconta. Ma la regista è anche abbastanza sottile da ricollegare il destino individuale dell’ex fotografo al destino collettivo di una città, e poi di una nazione, che è entrata nella crisi fino al collo senza quasi accorgersene, negandola fino all’ultimo, affondando sempre più nelle sue sabbie mobili perché si agitava inconsultamente (e "improduttivamente").


Nella Milano dell’Expo 2015 i senzatetto si trascinano per le strade del centro, il precariato è la regola, la piccola criminalità visibile. Tutto quello che Luca vorrebbe, oggi, è "un lavoro dignitoso e una composta sopravvivenza", perché sa, finalmente, che il sogno della stabilità, del benessere e della sicurezza economica è destinato a restare tale. Quel che trova, invece, è un mercato nero di cui si rende complice, e "un intero segmento produttivo scomparso" e dedito allo sfruttamento dell’uomo sull’uomo.


Let’s Go è il ritratto di un essere umano allo sbando, come lo sono in troppi, oggi, in Italia. Un "neopovero" che insieme alla sua condizione sociale ha perso (quasi) tutto. E che però, dopo aver preso atto e coscienza della sua situazione (giacché "le nuove realtà hanno problemi ad essere metabolizzate") ha trovato una quotidianità fatta di incontri e di dettagli, invece che di privilegi e sicurezze "borghesi".


Nella sua opera di documentazione, indispensabile per raccontare ai posteri questo nostro tempo scellerato, De Lillo si è circondata di professionisti di prim’ordine: da Roberto De Francesco come voce narrante fuori campo al già citato Giovanni Piperno, da Giogiò Franchini al montaggio a Daniele Sepe alle musiche. Perché la modernità va raccontata con rigore formale e maestria, anche quando parla di saltimbanchi contemporanei (e la "sigla finale", cantata da quel bardo della Milano ai margini che è stato Enzo Jannacci, è un vero tocco di classe).


Antonietta De Lillo parla di LET’S GO


C’è una storia umana e di relazioni dietro a questo film, perché Luca è un amico da anni e un collaboratore che ha spesso, in passato, lavorato con me. Nonostante le sue disavventure, non ci siamo persi di vista, e l’ho visto scivolare via con grazia, senza parlarne più di tanto.


A un certo punto Luca pensava addirittura di fare un film su di me, sulla mia difficoltà a tornare al cinema di finzione: ma quando ci siamo incontrati, ho capito che dovevamo fare il contrario, e ho lentamente e naturalmente girato la macchina da presa verso di lui



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