MARCHIO_WEB_NAPOLINELCINEMA
15/11/2016, 12:51

salvatore giuliano,francesco rosi,rai cinema channel



SALVATORE-GIULIANO-di-Francesco-Rosi


 In visione gratuita grazie a Rai Cinema Channel il capolavoro del regista napoletano




SALVATORE GIULIANO di Francesco Rosi (1961) 


Con FRANK WOLFF, SALVO RANDONE, PIETRO CAMMARATA, FEDERICO ZARDI


La seconda guerra mondiale è da poco terminata, ma in Sicilia si continua a sparare. L’EVIS è un gruppo guerrigliero che lotta per l’indipendenza dell’isola, appoggiato sembra dagli angloamericani e probabilmente anche da alcuni latifondisti in odore di mafia.


L’esercito separatista ha comunque vita breve, ma molti dei suoi componenti non abbandonano le armi. Uno di loro è Salvatore Giuliano (Cammarata), nato a Montelepre, non lontano da Palermo, il quale riprende la sua attività di fuorilegge, già ricercato per l’uccisione di un carabiniere.


Dopo la vittoria elettorale dell’aprile 1947 da parte del Blocco del Popolo, una coalizione PSI-PCI, i proprietari terrieri siciliani decidono di scatenare una guerra contro quello che giudicano il "pericolo rosso", una guerra che raggiunge il culmine il 1° maggio di quell’anno.


Quel giorno, sulla piana di Portella della Ginestra, c’è un comizio dei dirigenti locali del PCI: dalle rocce sovrastanti qualcuno inizia a sparare con armi automatiche, al suolo rimangono undici vittime. Per lo Stato italiano è troppo, il governo decide un’offensiva contro Giuliano e la sua banda che termina la mattina del 5 luglio 1950 con il ritrovamento del suo cadavere crivellato di colpi in un cortile di Castelvetrano, nel trapanese.


Le indagini sulla sua uccisione, apparentemente avvenuta per mano dei carabinieri, incontrano subito vari ostacoli. Non meglio va al processo che a Viterbo vede alla sbarra Gaspare Pisciotta (Wolff) braccio destro di Giuliano, insieme a molti altri appartenenti alla banda. A nulla vale l’arringa del difensore di Pisciotta (Zardi): la sentenza che viene letta dal presidente della Corte d’Assise (Randone) condanna Pisciotta alla pena dell’ergastolo, da scontare nel carcere palermitano dell’Ucciardone.


Da dove Pisciotta uscirà nel 1954, dentro una bara. "Di sicuro c’è solo che è morto". Questo è uno degli incipit più celebri della storia del giornalismo italiano, scritto da Tommaso Besozzi, inviato per «L’Europeo» a Castelvetrano quel giorno di luglio 1950. Con quella frase Besozzi aveva compreso che, dietro l’uccisione di Giuliano, c’era quel mondo torbido fatto di politica e malaffare, attivo già in quegli anni.


Più che la biografia del bandito (lo si intravede solo in alcune sequenze, da lontano e di spalle, con il trench bianco), il lavoro di Rosi è in realtà un’inchiesta sulla Sicilia dei primi quindici anni di storia repubblicana, girata con un metodo analogo a quello del giornalismo di denuncia.


Il film si apre con l’inquadratura dall’alto della salma di "Turiddu", poi arriva una serie di flash back che rievocano le vicende del passato di Giuliano, regalando un’atmosfera fra noir, documentario e fiction, come solo un grande maestro come Rosi sa fare.


Orso d’Argento a Berlino per la miglior regia; scritto da Suso Cecchi D’Amico, Franco Solinas, Enzo Provenzale e lo stesso Rosi (sua la voce narrante); fotografato in uno splendido bianco/nero da Gianni Di Venanzo. Successivamente sull’argomento si sono cimentati anche Eriprando Visconti e il suo "Il caso Pisciotta", con Salvo Randone nel cast; Michael Cimino con "Il siciliano" e Paolo Benvenuti regista di "Segreti di stato".


Ma è "Salvatore Giuliano" che a tutt’oggi rimane il modello a cui tutti i registi attingono, prima di girare un film-inchiesta

(di Umberto Berlenghini)




1
SOCIAL1SOCIAL2
facebook-64
twitter-64
Create a website