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14/05/2014, 11:56

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1930-1945-L’epurazione-di-Napoli-dal-Cinema-ai-tempi-del-fascismo


 Negli anni successivi la prima guerra mondiale l’Italia versava in una profonda crisi economica e sociale e l’industria cinematografica si trovava in una condizione catastrofica. Negli anni della seco



Negli anni successivi la prima guerra mondiale l’Italia versava in una profonda crisi economica e sociale e l’industria cinematografica si trovava in una condizione catastrofica.

Negli anni della seconda guerra mondiale la produzione nazionale è caratterizzata da un notevole incremento, sebbene la qualità risulti in genere molto modesta e la crescente affluenza di pubblico è dettata essenzialmente dalla mancanza di concorrenti stranieri (sopratutto hollywoodiani), inizialmente per un divieto di circa 5 anni di importare qualsiasi pellicola estera e poi, una volta ripristinata l’importazione, permettendo la distribuzione dei film in lingua straniera purchè rigorosamente doppiati in italiano.

Per quanto riguarda la presenza di Napoli come soggetto attivo nel campo delle attività cinematografiche, o come oggetto descritto in film dell’epoca, occorre dire che questa risulta estremamente limitata per tutto un complesso di motivi che possiamo passare rapidamente in rassegna.

Nella stragrande maggioranza dei casi le pellicole prodotte a Napoli, nel periodo compreso tra il 1920 ed il 1930, consistevano nel trasferimento sullo schermo delle classiche "sceneggiate" ambientate nei quartieri della Napoli "storica", i cui personaggi erano esattamente gli stessi di quelli protagonisti delle canzoni da cui questi traevano ispirazione. Tale tipo di produzione trovava grandi consensi essenzialmente presso le platee del Sud Italia e presso le numerose comunità italiane d’oltreoceano che in tal modo ritrovavano, lontano di casa, uno spaccato familiare della loro antica quotidianità perduta. Inoltre in tale decennio i costi per la produzione di questi film erano alquanto modesti, realizzati mediante le primordiali macchinette tuttofare e pagando un compenso sostanzialmente accettabile ad attori spesso anche non professionisti.

Alle soglie degli anni ’30 però, la situazione va cambiando progressivamente ma inesorabilmente. La maggior parte di tutte le iniziative nel settore si accentrano a Roma, inoltre i costi di produzione diventano notevolmente più alti sia per le innovazioni tecnologiche legate all’introduzione del sonoro, sia alla cresciuta complessità delle sceneggiature e allo sviluppo di teatri di prosa per un’adeguata capacità recitativa che come ulteriore conseguenza conducono ad un aumento dei compensi richiesti da attrici ed attori.

Durante gli anni ’30, con il controllo sempre più soffocante esercitato dal regime fascista sul Cinema italiano, la Direzione Generale Cinematografica emanò una serie di provvedimenti che finirono per penalizzare ulteriormente i prodotti cinematografici napoletani, vale a dire furono soppresse le attività di canto nei locali, venne epurato il dialetto dai testi dei film, ed infine la censura si adoperò per limitare al massimo quel tipo di produzioni che direttamente o indirettamente mettessero in evidenza la presenza di vaste aree di disagio sociale ed economico quali erano quelle che apparivano nei film ambientati a Napoli o nel circonvicinato.

Senza ombra di dubbio, la crisi del Cinema napoletano (e più in generale si potrebbe dire di quello nazionale) affonda le sue radici anche in motivazioni culturali, vale a dire in quella politica del direttore della Direzione Generale Cinematografica, Luigi Freddi, che intendeva sviluppare, in tale settore, un modello di "formazione filmica" mirante ad un prototipo di modernismo e perfettismo asettico, in cui si celebrassero le doti e le virtù delle antiche radici e tradizioni del popolo italico ed in conseguenza della cui azione la produzione nazionale, come abbiamo già accennato in precedenza, andò sviluppandosi secondo tre-quattro filoni: quello del gigantismo celebrativo del regime, quello del puro "divertissment" vuoto ed inane dei "telefoni bianchi", ed intentativi di innovazione del Centro Sperimentale che si tradussero nella genesindi due linee di ispirazione, la prima di tipo "realista" caratterizzata comunque da una descrizione della realtà del tutto acritica, e la seconda estremamente formale, definita "calligrafica" essenzialmente legata alla messa in scena di opere letterarie piuttosto retrodatate.

E’ nell’ambito di questi due ultimi filoni che ritroviamo una parte della produzione cinematografica su Napoli durante gli anni che stiamo prendendo in esame. Nell’ambito dell’area "realista" vanno ricordati il film La tavola dei poveri di Alessandro Blasetti, da un soggetto di Raffaele Viviani, e quelli di Domenico Paolella, Arco Felice, di tipo ancora dilettantistico, e Gli ultimi della strada, mentre nel settore "calligrafico" possiamo annoverare Un’avventura di Salvator Rosa sempre di Blasetti, Il cappello del prete di Ferdinando Poggioli e Cappello a tre punte di Mario Camerini che fra l’altro venne sottoposto a notevoli tagli dalla censura la quale voleva addirittura proibirne la diffusione nelle sale di proiezione.


(di Antonio Lucadamo da Napoli, una città nel Cinema BIBLIOTECA UNIVERSITARIA DI NAPOLI)


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