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06/04/2015, 19:06

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NAPOLI-CHE-CANTA-di-Roberto-Roberti-(1926)


 Film muto ritrovato in America girato dal grande regista padre di Sergio Leone



L’intreccio tra film e canzone era così stretto nel Cinema napoletano di inizio novecento che quando le pellicole ispirate ad un motivo musicale piedigrottesco andavano all’estero, viaggiavano accompagnate da un interprete che aveva il compito di cantare la canzone portante durante la proiezione del film.

Il canto del cigno di questo genere di rappresentazioni è senza dubbio un curioso film del 1926 dal titolo NAPOLI CHE CANTA opera di Roberto Roberti, uno dei più interessanti autori del periodo del muto ma più noto, oggi, per essere il padre di Sergio Leone, il mitico regista conosciuto in tutto il mondo per i suoi spaghetti western (e per C’ERA UNA VOLTA IN AMERICA).

NAPOLI CHE CANTA per il clima sempre più ostile al regionalismo introdotto dal regime fascista, ebbe vita difficile in patria ed era andato poi disperso. Solo in anni recenti, una copia in doppia versione, in italiano (e in parte in napoletano) e inglese, destinata evidentemente al pubblico d’oltre Oceano, è stata recuperata in California e restaurata.

Il film di Roberti è un vero e proprio manifesto della vecchia icona napoletana, una galleria di tratti caratteristici della città e della sua tradizione antropologica e musicale. Le immagini presuppongono il sottofondo sonoro di una serie di canzoni napoletane che le completano. Al punto che le didascalie, sopravvissute nella grafica elegante dell’epoca, sono spesso i versi delle canzoni stesse. E una buona parte delle scene non sono altro che la singola canzone "sceneggiata".

La particolarità di questo film è che non mette in scena una storia, come avveniva normalmente nella sceneggiata, ma illustra, per tutta la durata della proiezione, una scelta delle canzoni più celebri. Il resto del film è costituito di una ricchissima galleria di scorci, caratteri, personaggi e luoghi ripresi "dal vero" di quel che restava della icona napoletana.

La messa in scena delle canzoni e le riprese realistiche sono miscelate e alternate secondo un criterio espressivo per creare un’atmosfera. Il risultato è una sorta di grande raffigurazione in cui ogni quadro recitato, ogni ripresa, ogni fotogramma rappresenta un’ideale tessera di mosaico che concorre a disegnare l’insieme. Non si sviluppa un racconto vero e proprio, ma il racconto è una "visione" che contiene la scelta del meglio di una protagonista assoluta: Napoli.

A cominciare dai luoghi fisici della città e dei dintorni (fino alla costiera amalfitana), alle celebri vedute, gli edifici, le strade, le piazze, le fontane, i monumenti, le marine, il porto fino alla famosa finestrella di Marechiaro. La realtà folclorica o antropologica, dalla tarantella ai mercati affollati, dagli infiniti mestieri degli ambulanti (venditori di taralli, di pentole, ecc..) ai chioschi sparsi per le strade, dalla serenata cantata dall’innamorato sotto la finestra della sua bella alle lampare dei pescatori nel mare del golfo, dalla tradizionale tavolata su una terrazza a mare, nella cornice di Posillipo, alla devozione degli abitanti di un vicolo davanti al crocefisso di quartiere, dalla canzone eseguita per strada da un piccolo complesso musicale alla "banda del celebre maestro Caravaglios" (come precisa scrupolosamente la didascalia) che si esibisce nella villa comunale per un pubblico borghese in abiti eleganti e pagliette.

(per continuare a leggere le informazioni sul film tratte da L’ALBA DEL CINEMA IN CAMPANIA di Pasquale Iaccio clicca qui)


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