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“La voce di Hind Rajab” è la voce di Gaza che chiede aiuto nell’indifferenza globale

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9 gennaio 2024. I volontari della Mezzaluna Rossa ricevono una chiamata d’emergenza: una bambina di sei anni, intrappolata in un’auto sotto il fuoco di una sparatoria a Gaza, implora di essere soccorsa. In costante contatto con lei, aggrappati alla sua voce disperata, faranno tutto il possibile per salvarla. La regista Kaouther Ben Hania con “La voce di Hind Rajab” ha girato un film potente e necessario, vincitore del Leone d’Argento – Gran Premio della Giuria alla Mostra del Cinema di Venezia e tratto da una sconcertante storia vera. I protagonisti in scena sono tutti interpretati da attori professionisti. Ma la voce che sentiamo al di là del telefono è la registrazione originale della voce di quella bambina. Il suo nome era Hind Rajab.

La vicenda di Hind Rajab è stata riportata da numerosi media internazionali nel gennaio 2024 e ha avuto un impatto immediato sull’opinione pubblica, diventando uno dei simboli della sofferenza dei civili a Gaza. La registrazione della sua voce, diffusa dalla Mezzaluna Rossa Palestinese, è diventata documento sonoro e politico: un esempio raro di come un frammento audio possa assumere la stessa potenza di immagini video. La regista ha dichiarato in più interviste che il suo intento non era soltanto quello di ricostruire un fatto, ma di dare dignità alla memoria di Hind, trasformando la sua voce in eredità collettiva.

Il film affronta il tema della guerra vissuta attraverso lo sguardo dei bambini, mettendo in primo piano la loro fragilità e la loro capacità di resistenza. La voce di Hind è al centro della narrazione: una voce che chiede aiuto, che invoca protezione, che diventa testimonianza e denuncia. La dimensione sonora assume quindi un ruolo decisivo, trasformando una telefonata in un documento storico. Il potere simbolico della voce di una bambina ha commosso il mondo. La storia personale di Hind diventa emblema universale dell’innocenza schiacciata dalla guerra, della vulnerabilità dei civili e della forza della memoria collettiva. Il film riflette anche sulla memoria: come raccontare un trauma collettivo attraverso la storia individuale di una bambina? E come preservare questa memoria per le generazioni future?

La regista Kaouther Ben Hania e “la voce di Hind Rajab

Inizialmente ho sentito un breve audio in cui Hind Rajab chiedeva aiuto. La sua vocina si faceva strada nel caos, chiedendo semplicemente di non essere lasciata sola. Nel momento in cui l’ho sentita, qualcosa dentro di me è cambiato. Ho provato un’ondata travolgente di impotenza e tristezza: non intellettuale, ma fisica. Come se il mondo avesse perso leggermente il suo equilibrio. La voce di Hind, in quel momento, è diventata qualcosa di più della supplica disperata di una bambina. Sembrava la voce stessa di Gaza, che chiedeva aiuto nel vuoto, accolta dall’indifferenza, accolta dal silenzio. Era una metafora dolorosamente reale: un grido di soccorso che il mondo poteva sentire, ma al quale nessuno sembrava disposto o in grado di rispondere. Ho contattato la Società della Mezzaluna Rossa Palestinese per ascoltare la registrazione completa. Durava più di settanta minuti, settanta minuti di attesa, di paura, di tentativi di resistere. È stata una delle cose più difficili che abbia mai ascoltato. Ho poi iniziato a parlare con la madre di Hind e con le persone che erano dall’altra parte del telefono, quelle che hanno cercato, contro tutte le difficoltà, di salvarla. Abbiamo parlato per ore. Dalle loro parole e dalla presenza inquietante della voce stessa di Hind, ho iniziato a costruire una storia. Una storia radicata nella verità,
sostenuta dalla memoria e plasmata dalle voci di coloro che erano lì.

Anche senza poter accedere a Gaza, come accennato, alcune inchieste giornalistiche sono comunque emerse. Ma credo che il cinema offra qualcosa di diverso. Non racconta i fatti, li ricorda. Non argomenta, ti fa sentire. Ciò che mi ha perseguitato non è stata solo la violenza dell’accaduto, ma il silenzio che l’ha seguito. E questo non è qualcosa che un reportage può contenere. È qualcosa che solo il cinema, con la sua calma e intimità, può tentare di accogliere. Così mi sono rivolta all’unico strumento che ho (il cinema) non per spiegare o analizzare, ma per preservare una voce. Per resistere all’amnesia. Per onorare un momento che il mondo non dovrebbe mai dimenticare. Questa storia parla anche della nostra responsabilità condivisa, di come i sistemi abbiano fallito nei confronti dei bambini di Gaza, e di come il silenzio del mondo sia parte integrante della violenza.

Dopo aver ascoltato la registrazione completa della Società della Mezzaluna Rossa Palestinese, ho capito immediatamente (col corpo, non solo con la mente) che dovevo realizzare questo film. Ma ero assolutamente certa di una cosa: se la madre di Hind avesse detto di no, avrei rinunciato. Quella conversazione non era una formalità, era la base. Senza il suo consenso, nulla sarebbe andato avanti. È stata Rana, della Mezzaluna Rossa, a mettermi in contatto con lei. Quel giorno, Rana era rimasta al telefono con Hind per ore, e da allora lei e la madre di Hind avevano creato un legame profondo. Si erano promesse che, quando questo incubo sarebbe finito, sarebbero andate insieme a visitare la tomba di Hind. Quel gesto semplice diceva moltissimo, per me, sulla cura e la fiducia che già circondavano la memoria di Hind. La madre di Hind è una donna straordinaria: raffinata, intelligente e profondamente gentile. Sin dalla prima telefonata sono stata trasparente. Le ho detto: “Questo film esisterà solo se lo vorrai tu. La decisione è tua.” Mi ha raccontato tutto di Hind: la sua personalità, i suoi sogni, il modo in cui rideva. Ho sentito che, condividendo tutto questo con me, stava cercando di tenere viva sua figlia, di non permettere che il suo ricordo svanisse o diventasse solo l’ennesima notizia di cronaca. Ha parlato del
film con la sua famiglia, e tutti hanno dato il loro pieno consenso e supporto. La sua voce—segnata da una resilienza silenziosa, da un amore infinito e da un dolore indicibile—attraversa ogni momento della realizzazione di questo film. Questo film non è solo mio. Porta con sé il peso della fiducia della madre di Hind, la memoria di una bambina la cui voce il mondo non può permettersi di ignorare, e il
coraggio di chi ha tentato di raggiungerla: la squadra della Mezzaluna Rossa rimasta in linea con lei, il medico e l’autista dell’ambulanza uccisi nel tentativo. Custodisce la grazia di chi ha perso tutto, eppure ha trovato la forza e la generosità di aprire il cuore e condividere con me il proprio lutto, la propria dignità e un’umanità incrollabile.

Quando ho iniziato a parlare con i veri Rana, Omar, Nisreen e Mahdi, ho capito subito che nessuno di loro aveva mai riascoltato la registrazione delle proprie voci di quel giorno. Io avevo accesso all’audio completo grazie alla Mezzaluna Rossa Palestinese, ma loro non lo avevano più ascoltato da quando era stato archiviato. Così, quando parlavano con me, non stavano riportando ciò che avevano detto, ma ciò che avevano provato. Questa distinzione era estremamente importante, sia dal punto di vista etico che cinematografico. Le loro testimonianze non erano trascrizioni letterali, ma racconti profondamente personali e soggettivi di paura, impotenza, confusione e urgenza morale. Questo mi ha dato un livello narrativo unico su cui lavorare: se da un lato la registrazione costituisce l’ossatura fattuale del film, i loro ricordi mi hanno permesso di mettere al centro l’esperienza interiore. Il processo di scrittura, per me, è stato davvero un continuo muoversi tra due mondi: l’archivio e l’emozione, il documentato e il vissuto. Il cinema mi ha dato il linguaggio
per accoglierli entrambi.

Mentre giravamo gli attori non stavano semplicemente recitando battute da copione. Stavano rivivendo un momento realmente accaduto. Durante le riprese, ciascun attore ripeteva, quasi parola per parola, ciò che il proprio corrispettivo nella realtà aveva detto a Hind. E nelle loro cuffie, stavano ascoltando davvero la voce di Hind, tratta dalla registrazione originale. Tutti gli attori sono palestinesi (così come la maggior parte delle comparse), e questo film aveva per loro un significato profondo. Non stavano semplicemente interpretando una storia, stavano trasmettendo qualcosa che li toccava a livello personale, storico, politico. Non era un’astrazione. Era reale, vicino, immediato. È stato emotivamente travolgente, non solo per loro, ma per tutta la troupe. Si avvertiva una sorta di silenzio collettivo sul set, un senso di rispetto profondo. I confini abituali tra recitazione e testimonianza sembravano dissolversi.

Il mio lavoro ha sempre navigato lungo il confine tra documentario e finzione. Non mi sono mai sentita a mio agio con le definizioni rigide di genere, soprattutto quando si tratta di storie che portano con sé un peso emotivo e politico profondo. La voce di Hind Rajab è, sì, un film drammatizzato. È scritto, costruito, interpretato. Ma è anche ancorato a una verità innegabile e dolorosa — e, ancora di più, è costruito attorno a una voce reale: quella di Hind stessa, registrata negli ultimi momenti della sua vita. Per La voce di Hind Rajab ho dovuto trovare una forma cinematografica in cui la narrazione non fosse invenzione, ma trasmissione di memoria, di lutto, di fallimento. In questo senso, non ho mai avuto la sensazione di inventare nulla. Sentivo piuttosto di ricevere qualcosa (qualcosa di urgente, qualcosa di sacro), e che il mio compito fosse quello di modellare uno spazio cinematografico capace di accogliere quella voce con dignità. Quindi non direi che questo film “offuschi” i confini tra i generi. Direi che li intensifica, che spinge al limite ciò che la drammatizzazione può contenere e ciò che il documentario può custodire. Tutti questi elementi sono stati strumenti per resistere alle convenzioni narrative e avvicinarmi a un altro tipo di verità: non solo cosa è accaduto, ma cosa si è provato, cosa ha significato.

Kaouther Ben Hania

La Mezzaluna Rossa

È il nome e simbolo delle società nazionali degli Stati musulmani aderenti alla Croce rossa internazionale. Ognuno dei 191 componenti del Movimento Internazionale di Croce Rossa e Mezzaluna Rossa ha un proprio mandato, ma sono tutte guidati dagli stessi principi e uniti da un solo obiettivo: aiutare senza discriminazioni coloro che si trovano in condizioni di vulnerabilità e sofferenza, contribuendo così a tutelare la dignità umana in ogni circostanza. Il legame tra il Diritto Internazionale Umanitario e la Croce Rossa è fondamentale e storico: la Prima Convenzione di Ginevra, firmata nel 1864, è nata dall’iniziativa di Henry Dunant e ha gettato le basi per la creazione del Movimento Internazionale della Croce Rossa, stabilendo le regole per la protezione dei feriti e del personale sanitario in guerra. Nel 1876 la Turchia dichiarò al governo svizzero, depositario della convenzione di Ginevra, l’intenzione da parte della propria organizzazione umanitaria di non servirsi del simbolo della croce, sostituito da una mezzaluna, sempre di colore rosso in campo bianco.

Nel film il ruolo dei volontari, degli operatori e operatrici umanitarie ha un ruolo centrale. Nonostante la tragedia all’interno della quale operano, e l’assurdità delle procedure che sono costretti/e a seguire a causa della mancanza di umanità da parte del Governo d’Israele, continuano a mettere a rischio la propria incolumità fisica e mentale per creare valore e salvare delle vite. Nonostante il loro esempio, è umano sentirsi impotenti e inadeguati di fronte alla guerra. E allora occorre trovare strumenti adatti anche a noi, persone comuni. Anzitutto la cittadinanza attiva parte dall’informarsi, senza accettare passivamente il mainstream, e cercando più fonti. Continua nel dialogare con il prossimo, nel confronto e nella partecipazione attiva, per esercitare il pensiero critico, attraverso tanti canali: l’associazionismo, la partecipazione a incontri pubblici e anche a manifestazioni di denuncia. Continua nel sostenere chi ha bisogno, raccogliendo fondi o beni, o mobilitando con azioni di aiuto al prossimo. Possiamo aiutare chi è riuscito a sfuggire alla guerra ed è arrivato tra noi senza più amici o familiari, e senza mezzi di sopravvivenza. La cittadinanza attiva continua sollecitando i nostri e le nostre rappresentanti politiche a fare azioni concrete per fermare la violenza e aiutare chi ha bisogno.

Un esempio di mobilitazione globale è la Global Sumud Flotilla, un’iniziativa umanitaria, non governativa e non violenta, portata avanti dalla società civile con l’obbiettivo di rompere il blocco israeliano della striscia di Gaza, fornendo viveri e medicinali alla popolazione palestinese e stabilendo un corridoio umanitario. Il nome deriva da ṣumūd, una parola araba che significa “resilienza” o “ferma perseveranza”. È composta da più di 50 barche e centinaia di persone tra volontari/e, attivisti/e politici provenienti da 44 Paesi, salpati tra fine agosto e i primi di settembre 2025 dai porti di Barcellona, Genova, Catania, dalla Tunisia e dal porto greco di Siro, con arrivo previsto entro settembre. La prima flotta che ha tentato di rompere l’assedio israeliano della Striscia di Gaza è stata lanciata dal Free Gaza Movement nel 2008. Da allora e fino al 2016, 5 delle 31 imbarcazioni coinvolte in vari tentativi sono riuscite a raggiungere le coste della Striscia di Gaza. Il motto della Global Sumud Flotilla, “When the world stays silent, we set sail” (quando il mondo resta in silenzio, noi salpiamo), sottolinea l’obiettivo di risvegliare le coscienze assopite, stimolando una maggiore attenzione e partecipazione alla causa di Gaza.

Da occupazione a genocidio

Sin dalla sua creazione sulle terre abitate dai palestinesi (1948), costretti in gran parte a fuggire nei campi profughi, lo Stato di Israele ha rivendicato la volontà di espandersi oltre i propri confini, nelle terre palestinesi rimaste libere (Gerusalemme est, Cisgiordania e Striscia di Gaza). Nel 1967 ha occupato anche questi tre territori, avviando insediamenti coloniali (illegali secondo il diritto internazionale) e pulizia etnica, attraverso arresti indiscriminati e demolizioni di case e villaggi. In particolare, la Striscia di Gaza è stata interamente isolata, chiusa con un muro, e con il divieto per le barche dei pescatori di allontanarsi dalla riva. Il 7 ottobre 2023 l’efferato attacco di Hamas, che governa Gaza, con l’uccisione di circa 1194 persone israeliane e la cattura di circa 250 ostaggi israeliani, ha determinato una reazione da parte del governo di Israele, valutata sin dall’inizio dagli organi internazionali come “genocidio”, confermato poi il 16 settembre 2025 dalla Commissione di inchiesta indipendente delle Nazioni Unite. A partire dal 7 ottobre 2023, Israele ha quindi intensificato le azioni di pulizia etnica, rimuovendo con la violenza la popolazione palestinese, anche attraverso l’uccisione di donne, vecchi, malati, e bambini, e distruggendo totalmente gli edifici, ospedali, scuole e infrastrutture, attraverso un processo di disumanizzazione dei palestinesi sostenuto da rappresentanti politici e di governo.

Come dichiara Save The Children, dall’inizio del conflitto si contano oltre 65.000 persone palestinesi uccise dall’esercito israeliano, di cui oltre 20.000 bambini. L’intera Striscia è stata intenzionalmente resa invivibile dal governo d’Israele, che impedisce l’ingresso degli aiuti umanitari. Più di mezzo milione di persone sta morendo di fame. Dopo che il governo israeliano ha imposto lo sfollamento di massa da Gaza City, senza interventi immediati e concreti, la tragedia di Gaza entra in una fase ancora più catastrofica. Il 21 novembre 2024, la Camera preliminare della Corte penale internazionale (CPI) all’unanimità ha emesso mandati di arresto per il Primo Ministro israeliano Benjamin Netanyahu e l’ex Ministro della Difesa Yoav Gallant, oltre ai mandati di arresto per i capi di Hamas. I mandati di arresto emessi riguardano crimini commessi dai due esponenti politici israeliani, tra l’8 ottobre 2023 e il 20 maggio 2024, durante il conflitto in Gaza. La Camera preliminare ha riscontrato prove e fondati motivi per accusare Netanyahu e Gallant di crimini contro l’umanità e crimine di guerra. Importante è il richiamo alla responsabilità diretta dei capi, perché i crimini di guerra e contro l’umanità indagati sono stati commessi «su larga scala», rientrano in un piano esteso e preordinato. Secondo la Corte, Netanyahu e Gallant hanno agito consapevolmente per impedire aiuti umanitari, violando il diritto internazionale umanitario. Tali azioni avrebbero causato malnutrizione, disidratazione e sofferenze gravi alla popolazione civile, con un impatto devastante su ospedali e infrastrutture essenziali. La Camera ha sottolineato che le restrizioni erano motivate politicamente e non da necessità militari.

Il 16 settembre 2025 la Commissione internazionale indipendente d’inchiesta delle Nazioni Unite sul Territorio palestinese occupato, compresa Gerusalemme Est, e Israele, ha presentato alla 60ª sessione del Consiglio per i diritti umani delle Nazioni Unite un rapporto che dimostra che le autorità e le forze israeliane hanno commesso e stanno continuando a commettere genocidio nella Striscia di Gaza occupata. Le forze e le autorità israeliane hanno commesso quattro atti proibiti dalla Convenzione per la prevenzione e la repressione del delitto di genocidio, ossia: uccidere membri del gruppo, infliggere loro gravi danni fisici o mentali, imporre deliberatamente al gruppo condizioni di vita intese a provocarne la distruzione fisica totale o parziale, imporre misure volte a impedire le nascite. La Commissione ha inoltre concluso che le autorità e le forze israeliane hanno avuto e continuano ad avere l’intento genocidario di distruggere, in tutto o in parte, la popolazione palestinese della Striscia di Gaza. Il rapporto si basa su tutte le indagini precedenti della Commissione, nonché sulle conclusioni fattuali e giuridiche relative agli attacchi a Gaza compiuti dalle forze israeliane e sulla condotta e le dichiarazioni delle autorità israeliane dal 7 ottobre 2023 al 31 luglio 2025.

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