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Il rap che salva dalla “Malavia”: una parabola adolescenziale raccontata da Nunzia De Stefano

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Nel panorama del cinema italiano contemporaneo, Malavia segna una tappa di maturazione importante per Nunzia De Stefano, autrice che conferma uno sguardo raro: quello capace di attraversare l’adolescenza senza filtri moralistici, senza le sovrastrutture degli adulti, ma con una grazia che è insieme empatia e precisione narrativa.

Ambientato in quella periferia napoletana che non è altro che un’estensione viscerale della città, il film segue Sasà, tredicenne sospeso tra il sogno e la necessità, tra la musica e la strada. La sua storia — segnata da un rapporto morboso e struggente con la madre e dalla tentazione di una criminalità che promette scorciatoie — non è mai trattata come un caso esemplare o un monito sociale, bensì come una traiettoria umana autentica, fragile, continuamente in bilico. È qui che la regista dimostra la sua cifra più distintiva: immergersi nel mondo adolescenziale senza mai giudicarlo, lasciando che siano i gesti, gli slanci e le cadute dei suoi personaggi a parlare.

Questo approccio trova una continuità evidente con Nevia, opera prima della De Stefano. In entrambi i film, infatti, i protagonisti sono adolescenti cresciuti immersi in contesti familiari complessi e in ambienti segnati dal degrado — tra container post-terremoto nel primo caso e quartieri dormitorio nel secondo. Eppure, in entrambi i racconti, esiste un orizzonte: il circo in Nevia, la musica in Malavia. Due forme di fuga e insieme di costruzione identitaria, due sogni che si scontrano con una realtà dove la criminalità resta una presenza concreta, pronta a offrire guadagni facili e immediati.

Non è solo una questione tematica, ma anche di metodo. Nunzia De Stefano si conferma straordinaria scopritrice di talenti: se in Nevia aveva rivelato Virginia Apicella, qui affida il ruolo di Sasà al sorprendente Mattia Cozzolino, capace di restituire con naturalezza disarmante l’irrequietezza, la rabbia e la dolcezza del suo personaggio. Attorno a lui, oltre alla madre (la bravissima Daniela De Vita) e agli amici Nicolas e Cira (il “uonderboi” Junior Rodriguez e la lodevole Francesca Gentile, una vera rivelazione) la regista costruisce figure emblematiche che incarnano le possibili direzioni della vita: scelte giuste o sbagliate, mai didascaliche, ma sempre riconoscibili.

Set del film “Malavia” di Nunzia De Stefano. Nella foto Mattia Cozzolino, Junior Rodriguez e Francesca Gentile.. Foto di Gianni Fiorito

In questo quadro spicca la performance del rapper Giuseppe “PeppOh” Sica nei panni di Yodi, mentore old school che introduce Sasà a una visione più autentica della musica. La sua interpretazione, intensa e misurata, riesce a evitare ogni stereotipo, restituendo al personaggio una credibilità rara: Yodi non è un salvatore, ma una presenza che orienta, che suggerisce una possibilità diversa. Nella storia è in contrapposizione al personaggio dello spacciatore ‘O Pizz interpretato magistralmente da Artem ma anche del “Lucignolo” Vladi (il rapper Nicola Siciliano), simbolo della visione più distorta della musica…quella del successo veloce e dei soldi facili, proprio come avviene imboccando la “malavia”.

La musica — il rap, in particolare — è il vero battito cardiaco del film. Non semplice colonna sonora (in Malavia curata magistralmente da un’istituzione in merito come Speaker Cenzou), ma linguaggio espressivo, strumento di sopravvivenza emotiva, spazio in cui i giovani possono articolare il proprio disagio, i desideri e le aspirazioni. De Stefano ne coglie la duplice natura: da un lato l’illusione di ribalta e ricchezza immediata, dall’altro la possibilità di un’autentica presa di parola. In questa tensione si gioca gran parte del destino di Sasà.

A sostenere il progetto produttivo dell’opera è ancora Matteo Garrone, presenza che contribuisce a consolidare un percorso artistico coerente e riconoscibile, ma che lascia alla regista piena autonomia di sguardo.

Malavia è, in definitiva, un film che non cerca risposte facili. È un racconto che osserva, ascolta e accompagna. E proprio in questa capacità di stare accanto ai suoi personaggi, senza mai sovrastarli, Nunzia De Stefano conferma il proprio talento: quello di raccontare la crescita — e le sue inevitabili contraddizioni — con una delicatezza che è merce rara nel cinema contemporaneo.

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