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GORBACIOF
di Stefano Incerti


Marino Pacileo, detto Gorbaciof a causa di una vistosa voglia sulla fronte, è il contabile del carcere di Poggioreale a Napoli.

Pacileo, schivo e silenzioso, ha una sola passione: il gioco d’azzardo.

Quando scopre che il padre di Lila, la giovane cinese di cui è innamorato, non può coprire un debito contratto al tavolo da gioco, Pacileo sottrae i soldi dalla cassa del carcere e li dà alla ragazza.

Dal quel momento, tra partite sbagliate, riscossione di tangenti e rapine, inizia una spirale discendente dalla quale non riuscirà più ad uscire.
gorbaciof locandina


SCHEDA TECNICA

drammatico, Italia 2010

regia: Stefano Incerti

sceneggiatura: Diego De Silva, Stefano Incerti

fotografia: Pasquale Mari

montaggio: Marco Spoletini

musiche originali: Teho Teardo

scenografia: Lino Fiorito

costumi: Ortensia De Francesco

suono: Daghi Rondanini


organizzazione: Maurizio Fiume, Lora Del Monte, Gennaro Visciano

prodotto da Luciano Martino/DEVON CINEMATOGRAFICA, Edwige Fenech/IMMAGINE E CINEMA, Massimo Vigliar/SURF FILM, Angelo Curti/TEATRI UNITI, Sergio Pelone/THE BOTTOM LINE

cast: Toni Servillo, Nello Mascia, Geppy Gleijeses, Mi Yang, Gaetano Bruno, Hal Yamanouchi, Antonio Buonomo, Salvatore Striano, Salvatore Ruocco, Agostino Chiummariello


GUARDA IL FILM IN VISIONE GRATUITA
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note di regia (Stefano Incerti)


"Ho iniziato a scrivere Gorbaciof sei anni fa. La sceneggiatura firmata con Diego de Silva era molto diversa, estremamente ricca di dialoghi, e con il ruolo femminile scritto per una ragazzina napoletana. In questo lungo tempo abbiamo operato una meticolosa scarnificazione, sostenuti in questo dall’ingresso nel progetto di Toni Servillo sul quale poi il personaggio è stato definitivamente calibrato. Ne è scaturito un copione molto legato all’azione, come veicolo della psicologia dei personaggi, e particolarmente stimolante per una rigorosa messa in scena.


Preparando il film mi rendevo conto di poter spingere il racconto in una dimensione per niente italiana, più vicina a certo cinema asiatico o dell’est Europa. Un cinema visivo, possibilmente lirico, che partendo dal racconto della solitudine metropolitana si innalzasse a piccolo apologo, racconto morale o comunque il più possibile metaforico.


Non quindi un film realista, nonostante l’ambientazione puramente napoletana, di una zona di confine geografico oltre che etnico che è il quartiere a ridosso della Stazione Centrale, non un film dalla matrice sociologica o paradocumentaria ma un racconto per immagini di una vita piccola, di un uomo apparentemente piccolo perché chiuso nella grettezza del suo minuscolo mondo fatto di serrature, soldi e carte da gioco eppure enorme nel suo sorprendente aprirsi ad una nuova dimensione di tenerezze con una giovane asiatica con la quale non può scambiare parole ma solo sguardi.


Da qui il bisogno, mai facile, di semplificazione, anche nella regia: evitare inutili virtuosismi, inquadrature ad effetto, carrelli descrittivi e quant’altro potesse distrarre dalla necessità di purezza di racconto. Il desiderio di raggiungere un nitore anche nel montaggio, ancor più difficile vista la già asciutta base di scrittura. La continua ricerca di Emozioni ed Atmosfere, che rimangono l’anima vera e vitale del Cinema che ho sempre amato."








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