“Fortuna” di Nicolangelo Gelormini, il Cinema come riscatto dalla realtà

Ci sono film che nascono per raccontare una storia e altri che nascono per reggere un peso. Fortuna, esordio nel lungometraggio di Nicolangelo Gelormini, appartiene senza esitazione alla seconda categoria. Ispirato a uno dei fatti di cronaca più sconvolgenti degli ultimi anni, il film compie una scelta radicale e controcorrente: rifiuta la ricostruzione giudiziaria, l’esibizione dell’orrore, la tentazione del realismo brutale, per addentrarsi invece nel territorio più fragile e rischioso del cinema, quello dello sguardo interiore. Gelormini sceglie di raccontare l’indicibile dal punto di vista di chi non ha avuto voce.
Fortuna è una bambina di sei anni, interpretata con una grazia disarmante da Cristina Magnotti, che attraversa il mondo come se fosse altrove: timida, silenziosa, sospesa. Non si riconosce nel nome che gli adulti le hanno imposto, “Nancy”, ma in quello che le hanno regalato i suoi amici, Fortuna. È già in questo scarto che il film dichiara la propria poetica: la realtà non viene negata, ma trasfigurata, filtrata attraverso una dimensione quasi fiabesca, necessaria per poter essere sopportata. Il cuore emotivo del film è proprio la prova della giovanissima Magnotti, capace di restituire lo straniamento, la paura e il desiderio di amore senza mai scivolare nella retorica o nella compassione facile. Il suo volto diventa il vero campo di battaglia del racconto, sostenuto da una regia che lavora per sottrazione e immersione sensoriale, entrando nei suoi occhi, nel suo corpo, nel suo sentire.

Accanto a lei, Valeria Golino e Pina Turco si dividono e si specchiano nei ruoli di Gina e Rita, figure adulte segnate da un’inquietante mancanza di empatia. Le loro interpretazioni, asciutte e disturbanti, incarnano un mondo adulto opaco, distratto, colpevolmente distante. Golino conferma ancora una volta la sua capacità di abitare personaggi moralmente ambigui senza cercare giustificazioni, mentre Turco lavora su una freddezza quotidiana che fa più paura di qualsiasi esplosione emotiva. Il cast di coprotagonisti – da Giovanni Ludeno a Libero De Rienzo, passando per Marcello Romolo – contribuisce a costruire un microcosmo soffocante, una periferia che non è solo geografica ma soprattutto morale. È una collettività che osserva, intuisce, ma non agisce; che tradisce non con la violenza esplicita, ma con il silenzio e l’omertà.
La scelta narrativa di Gelormini è coraggiosa e divisiva: Fortuna non mostra quasi nulla di ciò che la cronaca ha reso noto, ma allude, suggerisce, sposta il racconto su un piano simbolico. Il pianeta immaginario di Tabbis, i giganti, il sogno come rifugio diventano strumenti cinematografici per restituire l’esperienza emotiva di una bambina intrappolata in un mondo ostile. È una strada difficile, che espone il film al rischio dell’incomprensione, ma è anche l’unica che gli permette di non tradire ulteriormente la sua protagonista. Fortuna è un film scomodo, necessario, che chiede allo spettatore non di assistere, ma di sentire. Non offre consolazioni né soluzioni, ma una presa di coscienza dolorosa: il vero dramma non è solo quello di una bambina, ma di una società intera incapace di proteggere l’infanzia. Un cinema che sceglie di non sfruttare l’orrore, ma di guardarlo in faccia attraverso la fragilità, trasformandolo in memoria e, forse, in possibilità di riscatto.






