DUSE di Pietro Marcello, il tramonto ardente della “Divina” interpretata da una sublime Valeria Bruni Tedeschi
Duse, di Pietro Marcello, non è da considerare un biopic, ma un gesto poetico e politico insieme: un film che interroga il cinema sul suo stesso rapporto con la memoria, con l’arte dell’attore e con quella figura sfuggente e modernissima che fu Eleonora Duse. Marcello affronta un mito fondativo del teatro italiano e mondiale scegliendo la via meno ovvia, costruendo un’opera stratificata, sospesa tra ricostruzione storica, evocazione sensoriale e riflessione sul mestiere dell’attrice.
Al centro del film c’è l’interpretazione di Valeria Bruni Tedeschi, che offre una prova di rara intensità e trasporto fisico e morale. La sua Duse non è mai imitazione calligrafica né monumento imbalsamato: è un corpo vivo, vulnerabile, attraversato da contraddizioni, febbri creative e stanchezze profonde. Bruni Tedeschi lambisce l’enfasi melodrammatica, restituendo la dimensione più intima e segreta dell’attrice: lo scarto costante tra la donna e il personaggio, tra la gloria pubblica e una solitudine quasi metafisica. Il suo volto, spesso colto in silenzio, diventa il vero campo di battaglia del film, uno spazio in cui si depositano il peso della fama, il desiderio d’assoluto e il logoramento fisico ed emotivo di una vita consumata sul palcoscenico.


Accanto a lei, il gruppo dei coprotagonisti funziona come un coro mobile e irregolare, capace di restituire il contesto umano, artistico e storico che circondò la Duse. Marcello non cerca caratterizzazioni nette o didascaliche, ma presenze: attori, impresari, amanti, figure del teatro e della società del tempo che emergono per frammenti, per gesti, per sguardi. È un’umanità che non ruba mai la scena alla protagonista, ma la rifrange, la contraddice, la accompagna, contribuendo a costruire un mondo credibile e pulsante, fatto di relazioni instabili e di tensioni creative. Il cast va elogiato nel complesso ma è impossibile non menzionare Fanni Wrochna, Noèmie Merlant, Mimmo Borrelli, Fausto Russo Alesi, Vincenzo Nemolato, Vincenza Modica e Gaja Masciale.
La ricostruzione storica è uno degli elementi più affascinanti del film. Il regista, fedele alla sua poetica, rifiuta l’idea di una ricostruzione museale: il passato non è mai patinato, ma materico, irregolare, spesso attraversato da immagini d’archivio, suggestioni documentarie e soluzioni visive che contaminano i piani temporali. Il risultato è un tempo storico “aperto”, che dialoga con il presente e restituisce la sensazione di un’epoca in trasformazione, segnata dall’avvento della modernità, dai mutamenti sociali e da una nuova concezione dell’arte e dell’attore.


In questo quadro si inseriscono con grande efficacia i costumi di Ursula Patzak, mai esibiti come semplice ornamento ma integrati nel discorso narrativo e visivo. Gli abiti raccontano il corpo della Duse, lo costringono e al tempo stesso lo liberano, riflettono l’evoluzione del personaggio e la sua distanza dalle convenzioni del tempo. Sono costumi vissuti, attraversati dal lavoro, dalla fatica, dalla scena, e contribuiscono in modo decisivo alla credibilità e alla densità sensoriale del film.
La sceneggiatura scritta da Marcello con Letizia Russo e Guido Silei, volutamente ellittica e non lineare, accompagna questa scelta estetica. Più che raccontare cronologicamente gli ultimi anni di vita della Divina, Duse ne cattura le risonanze, i nodi essenziali: il rapporto con il pubblico, con l’amore, con il sacrificio artistico, con la propria fragilità fisica. È una scrittura che si affida alle immagini, ai silenzi, alle cesure, chiedendo allo spettatore un ruolo attivo, una partecipazione emotiva e intellettuale.


Pur non facendone un’operazione didascalica né tantomeno agiografica il film non rifugge da un’inevitabile riflessione sull’importanza di Eleonora Duse nella storia del teatro italiano e mondiale. Duse non fu solo una grande attrice, ma una rivoluzionaria del linguaggio scenico: anticipò il naturalismo, rifiutò il declamato ottocentesco, portò in scena l’interiorità, l’invisibile, influenzando profondamente il teatro europeo e figure come Stanislavskij. Pietro Marcello coglie questa eredità non con spiegazioni teoriche, ma incarnandola nel corpo e nella voce della sua interprete, mostrando quanto quella rivoluzione sia ancora viva e necessaria.
Duse è dunque un film che parla di teatro, ma soprattutto di arte come forma di esposizione totale, di consumo di sé, di ricerca incessante di verità. Un’opera ambiziosa e coerente, che trova in Valeria Bruni Tedeschi una protagonista all’altezza del mito e che conferma Pietro Marcello come uno degli autori più liberi e profondi del cinema italiano contemporaneo.





