NAPOLInelCINEMA

Napoli è Cinema…fa Cinema…ispira il Cinema

Cinema ItalianoFilmNews

Dal 18 settembre al cinema DUSE di Pietro Marcello con Valeria Bruni Tedeschi

condividi articolo

Duse, il film di Pietro Marcello con protagonista Valeria Bruni Tedeschi presentato in Concorso alla 82ª Mostra Internazionale del Cinema di Venezia, uscirà nelle sale giovedì 18 settembre distribuito da Piper Film. 

Interpreti del film, accanto alla protagonista Bruni Tedeschi nel ruolo di Eleonora Duse, Fanni WrochnaNoémie Merlant, Fausto Russo Alesi, Edoardo Sorgente, Vincenzo Nemolato, Gaja Masciale, Vincenza Modica, Mimmo Borrelli, Savino Paparella, Vincenzo Pirrotta, Federico Pacifici, Marcello Mazzarella e con la partecipazione di Noémie Lvovsky.

Scritto da Letizia RussoGuido Silei e Pietro MarcelloDuse ha la direzione della fotografia di Marco Graziaplena, il montaggio di Fabrizio Federico e Cristiano Travaglioli, le musiche originali di Marco Messina, Sacha Ricci e Fabrizio Elvetico,  la scenografia è di Gaspare De Pascali, i costumi sono di Ursula Patzak,  il casting è curato da Davide Zurolo.

Il film è una produzione PALOMAR (a MEDIAWAN company), AVVENTUROSA con RAI CINEMA e con PIPERFILM in co-produzione con AD VITAM FILMS
Una co-produzione Italia – Francia in collaborazione con BERTA FILM in collaborazione con NETFLIX.

La trama

Eleonora Duse ha una leggendaria carriera alle spalle che sembra ormai conclusa, ma nei tempi feroci tra la Grande Guerra e l’ascesa del fascismo, la Divina sente un richiamo più forte di ogni rassegnazione e torna lì dove la sua vita è iniziata: sul palcoscenico. Non è solo il desiderio di recitare a muoverla, ma un’urgenza profonda: la necessità di riaffermare sé stessa in un mondo che cambia inesorabilmente e che minaccia di toglierle tutto, persino l’indipendenza che ha conquistato con il lavoro di tutta una vita.

Inaspettati rovesci finanziari la mettono di fronte a una scelta, e così, ancora una volta, Eleonora sceglie il teatro come unico spazio di verità e di resistenza. Con la sua arte come unica arma, sfida il tempo e il disincanto, trasformando ogni parola e ogni gesto in un atto rivoluzionario. Ma il prezzo della bellezza contro la brutalità del potere e della Storia è alto, gli affetti sembrano dissolversi e la sua salute si aggrava. Eppure, Eleonora affronterà l’ultimo viaggio dimostrando che si può rinunciare alla vita stessa, ma mai alla propria natura.

Pietro Marcello e “l’incontro” con Eleonora Duse

Nel mio percorso di regista, ho sempre avvertito una doppia tensione: da un lato, considero il documentario lo strumento più efficace per restituire il nostro presente; dall’altro, quando scelgo la finzione, lo faccio per raccontare storie appartenenti a epoche lontane o a mondi immaginari. Quando ho incontrato la figura di Eleonora Duse, è stato naturale scegliere la finzione per raccontarla: chi era davvero? Come recitava? Non abbiamo registrazioni della sua voce, solo poche fotografie e un unico film. Per me, Duse è diventata una figura mitica, sfuggente.

L’incontro con Eleonora Duse è avvenuto per caso. Ero affascinato dal periodo storico in cui è vissuta, ma conoscevo poco la sua figura, spesso oscurata dalla sua relazione con D’Annunzio. Scoprire la sua straordinaria vita di attrice e di donna è stato come imbattersi in un personaggio inaspettato e straordinario. La storia di Eleonora Duse mi ha colpito immediatamente per le contraddizioni umane che ne hanno caratterizzato l’esistenza: il rapporto conflittuale tra il suo desiderio di vivere una vita “normale” e il suo destino di attrice costretta, fin dalla più giovane età, a recitare la vita degli altri; il bisogno di lasciare un segno nella società e la natura ineffabile ed effimera del teatro; l’impossibilità di conciliare la maternità con il lavoro; il desiderio di autonomia e i grandi rovesci imprenditoriali; la tentazione della gloria e la spinta alla ricerca e alla sperimentazione.

Dietro i grandi successi della “Divina” si nascondevano fallimenti altrettanto sensazionali che sono a mio avviso una delle chiavi più interessanti per comprenderne la profonda umanità. Non volevo raccontare semplicemente chi fosse la Duse attraverso un biopic, ma raccontare l’anima di una donna nel suo tramonto. Eleonora fu una donna condannata dal proprio talento e dalla sua visione rivoluzionaria del teatro a trovare una dimensione di grandezza solo sul palcoscenico. Nella vita reale, si scontrò con i limiti propri e della società del suo tempo. Un’artista è sempre figlia del suo tempo: Duse, invece, era irrimediabilmente in anticipo. Nonostante questo, è stata capace, tra mille peripezie, di condurre la sua compagnia oltre le montagne, proprio come un regista fa con la sua troupe. Il film è quindi un’epopea paradossale.

La scelta di concentrarsi sugli ultimi anni della sua vita, tra il 1917 e il 1923, è venuta naturalmente. In quel periodo, Eleonora affronta il suo bilancio finale: con l’arte, con il proprio corpo, con la maternità, con D’Annunzio, con la storia d’Italia. L’incontro tra la Duse e la grande storia mi offre tra l’altro la possibilità di indagare altri temi che mi coinvolgono: da una parte il ruolo dell’artista di fronte a tragedie come la guerra, la povertà e il dolore e dall’altra le possibili declinazioni del rapporto tra arte e potere. Non volevamo raccontare chi fosse Duse, ma restituirne l’anima, in un tempo di passaggio, quando l’energia della giovinezza cede il passo alla forza ostinata della maturità. Una donna segnata, ma ancora spinta da un impulso profondo. Anche nel dolore, nell’arte, nella vita. Il film è nato in perfetta sintonia con Valeria Bruni Tedeschi, che è stata da subito la mia unica scelta per interpretare Duse.

In lei ho trovato quel fuoco creativo, quella forza interiore che cercavo. Valeria non è solo un’attrice straordinaria, è anche una regista e una compagna di lavoro con cui ho potuto condividere ogni scelta. Lavorare con lei è stato un privilegio e una gioia. Anche il lavoro con il cast è stato prezioso. Attori straordinari che hanno dato anima e corpo a personaggi complessi, in un clima di vera compagnia teatrale, guidata da Valeria come un’autentica capocomica. Tra le suggestioni del film, c’è la figura del Milite Ignoto.

Quel treno che attraversa l’Italia, trasportando il corpo senza nome di un soldato, diventa simbolo di un Paese spezzato. Il viaggio è davvero il respiro stesso del film. Duse non si fermava mai: in tutta la sua vita non restò mai più di quaranta giorni nello stesso luogo. Sempre in movimento, come un treno in corsa, sempre alla ricerca. Ecco, questa è la Duse che abbiamo raccontato. Non quella che è stata, ma quella che continua a viaggiare. Come un treno che non si ferma mai.

Pietro Marcello

La sceneggiatura

Eleonora Duse è stata la più influente attrice della sua epoca e forse di tutti i tempi. La forza creativa e innovatrice della sua tecnica ha posto le basi della recitazione contemporanea e il suo incredibile talento ha fatto di lei l’emblema dell’artista capace di reinventare un
linguaggio. Portare per la prima volta sul grande schermo la vita di Eleonora Duse significava confrontarsi non soltanto con un personaggio storico, ma con la complessità di un vero e proprio mito. Diva, capocomica, cineasta e intellettuale, la Duse è stata un’artista eccezionale, poliedrica e all’avanguardia. E poiché dietro la magia dell’arte si cela sempre la fragilità dell’umano, ci è sembrato che la chiave per comprendere la forza e l’universalità di questo straordinario personaggio risiedesse nelle sue contraddizioni, nelle sue debolezze e nei suoi fallimenti, più che nei suoi successi.

Per restituire l’anacronismo di un’artista così rivoluzionaria, con tutte le qualità e le manchevolezze che l’essere umano porta con sé, serviva una personalità artistica fuori del comune. Con la sua modernità e la sua naturalezza espressiva, Valeria Bruni Tedeschi era l’interprete ideale, e abbiamo costruito il ruolo della protagonista pensando a lei. Un altro elemento che ha indirizzato la scrittura è stato la scelta del periodo storico.

Il film si svolge tra il 1917 e il 1923, un periodo di sconvolgimento sociale per il nostro Paese, che ha coinciso con l’ultima tournée della Duse prima della partenza per gli Stati Uniti, dove morì nel 1924. Il materiale storiografico, frutto di una lunga ricerca preparatoria, ha trovato una sua traduzione in una sceneggiatura che mette in scena, accanto a figure realmente esistite, personaggi liberamente reinventati e altri di nostra invenzione, al fine di illuminare quante più sfaccettature possibile della Duse e di rivelarne l’essenza profonda a livello cinematografico.

Ne emerge il ritratto di un’artista in rivolta contro tutti e contro sé stessa, destinata a sacrificare affetti, salute, successo e benessere economico, ma capace di trasformare ogni sconfitta, anche la morte, in una spinta alla creazione, in un atto di libertà. A distanza di cento anni dalla sua scomparsa, la vita di questa donna geniale e troppo umana, vissuta in un tempo di uomini soli al comando, ci pone di fronte a un interrogativo quanto mai attuale sul ruolo dell’artista rispetto all’epoca in cui vive. In un mondo sempre più dominato dalla paura, di cosa abbiamo bisogno per sconfiggere la politica bellicosa degli uomini? Forse l’arte da sola non può salvare il mondo, ma, come dice alla Duse l’ufficiale medico che cura i feriti delle trincee – un uomo di scienza, non un artista – l’anima dell’uomo, solo l’arte ha il potere di salvarla.

Letizia Russo, Guido Silei e Pietro Marcello

I costumi

Quando Pietro mi ha chiamata e abbiamo parlato del film, ho percepito che per lui fosse importante non realizzare un film tradizionale su una delle figure più importanti del ‘900, ma immaginare qualcosa che avesse a che fare con un’atmosfera, una sensazione o un quadro pittorico, piuttosto che con una ricostruzione storica esatta.
Mi sono recata alla Fondazione Cini a Venezia, che conserva il più grande archivio di documenti relativi all’attrice. È una documentazione preziosa composta da lettere, fotografie, oggetti e anche alcuni dei suoi abiti, sia di scena che di vita, per iniziare
a conoscerla. È stato emozionante vedere alcuni dei suoi straordinari vestiti firmati Mariano Fortuny o Worth e lasciarsi ispirare
da essi.

Un altro luogo fondamentale è stato il Museo Fortuny, con il suo allestimento magico e teatrale di tessuti, abiti e attrezzi. Lì ho potuto
vedere i costumi autentici che Mariano Fortuny aveva creato esclusivamente per Eleonora Duse.
Il film racconta l’ultimo periodo di vita dell’attrice, nell’immediato dopoguerra, e il suo tentativo di rilanciare la compagnia, nonostante le difficoltà economiche e la malattia. All’inizio del film, lei è una vedova di guerra, vestita di nero con il velo, che si reca a trovare i soldati al fronte per offrire conforto.
In questa prima parte si avverte ancora il dolore e la distruzione della guerra, anche attraverso i costumi scuri e modesti.
Quando Eleonora Duse decide di rilanciare la compagnia teatrale tornando a Venezia, ritrova slancio e colore nella propria vita.

La vediamo più eccentrica, con un grande cappello decorato con fiori e un mantello dal colletto importante, che le incornicia il viso facendola apparire quasi come un’apparizione. I colori ritornano, in particolare il blu, che richiama Venezia, i suoi canali e la pittura.
Leggendo un documento di Doretta Davanzo Poli, che descrive il modo di vestire della Duse, si apprende che: “Pare che l’abbigliamento della Duse durante la giornata fosse trasandato: cappelli di traverso, lunghi mantelli, veli lenti, bluse mal abbottonate, gonne male agganciate, un guanto su e uno giù, indifferente al giudizio di tutti.”

Questo documento descrive bene un tratto distintivo della sua personalità. Non la troviamo mai vestita in modo impeccabile, ma piuttosto con un’eleganza disordinata.
Spesso, negli attori e nelle attrici, non esiste una netta separazione tra la vita e il teatro, tra i costumi di scena e gli abiti quotidiani. Anche nella vita, la Duse indossava lunghe tuniche fluide, proprio come in scena, con una semplicità rigorosamente spoglia. Spesso era senza ornamenti, senza volant, senza gioielli e, persino in scena, senza parrucca.

In questa sua semplicità si avverte l’influenza della moda riformata e dello stile liberty, che possiamo ritrovare anche nelle tuniche fluide e ampie degli artisti come Klimt e nella moda delle Wiener Werkstätte. Per gli spettacoli, la Duse aveva idee molto chiare: non tanto sulla foggia dei costumi, quanto piuttosto sui colori, essenziali per creare un’atmosfera, una sensazione, un simbolismo profondo.
In un documento relativo a “La donna del mare” di Ibsen, si sottolinea l’importanza di un particolare blu per il costume della protagonista: il blu del mare del Nord, il blu di Edward Munch, un blu con riflessi d’argento e grigio.

Per “La città morta” di D’Annunzio, invece, immaginava costumi ispirati alle vesti antiche, con tonalità avorio, crema e bianco.
È interessante notare la differenza tra le due compagnie teatrali più famose dell’epoca, quella di Eleonora Duse e quella di Sarah Bernhardt.
La compagnia della Duse aveva qualcosa di antico, mai alla moda, con gonne lunghe e grandi scialli, caratterizzata da una semplicità
essenziale. Al contrario, la compagnia della Bernhardt era vestita all’ultima moda, più rumorosa e variopinta.

Ursula Patzak

Le scenografie

Navigare nella follia di una costruzione creativa
Per il film è stato svolto un lavoro di grande ricerca, spaziando tra passato, presente e futuro, applicando tali influenze nelle sue diverse forme, insieme a Pietro, agli sceneggiatori e ai reparti creativi. In particolare, con Pietro abbiamo cercato di approcciare il film in modo
estremamente realistico, curando con attenzione ogni più piccolo dettaglio, inserito con equilibrio nello spazio affinché rispecchiasse nella sua interezza la realtà racchiusa in esso.

La “verità” poetica delle scelte stilistiche e scenografiche si esprime attraverso la luce, che riflette uno sguardo reale e consapevole, delineando anche il carattere dei personaggi in una vera e propria sfida all’autenticità. È come se ogni dettaglio fosse composto da pennellate piccole e ravvicinate, quasi trasparenti, uniche nella loro mescolanza con colori vividi e tinte pure. La visione prospettica è determinata dal flusso della luce diegetica, che si riflette sugli oggetti all’interno dell’inquadratura, modulata in base all’effetto reale prodotto dai materiali in natura.

Altri pittori dipingono un ponte, una casa, una barca… io voglio dipingere l’aria che circonda il ponte, la casa, la barca, la bellezza della luce in cui esistono”. — Claude Monet
In generale, l’approccio al film è stato concepito come un flusso luminoso di rifrazione sulle diverse forme e colori, generando un’immagine poetica che attraversa diverse influenze artistiche: dal realismo all’impressionismo, fino al barocco. Le mie fonti di
ispirazione nella pittura spaziano da Monet, Vermeer, Renoir, Courbet, Fattori, Borrani e Morandi; mentre nel cinema, mi sono ispirato a Tarkovskij, Visconti, Losey e Truffaut.

Tutti gli ambienti sono stati costruiti o riadattati lavorando su piante specifiche e su precise scelte di inquadratura. Dalle scene di battaglia agli interni, ogni elemento è stato pensato con una visione più ampia, grazie anche all’uso del set extension. La palette cromatica che accompagna il film utilizza colori puri e si attenua nelle scene in esterni, valorizzando i cieli nelle aperture.

Per molte vedute ampie e transizioni, abbiamo ricostruito delle miniature dichiaratamente in scala ridotta, poi ricreate anche in scala reale, un motivo ricorrente nel film che ci riporta sempre nel mondo poetico di Eleonora.

Dietro ogni forma e scelta scenografica si cela un significato più profondo, che non è solo decorativo, ma accompagna la narrazione, sia in modo esplicito sia in maniera più sottile.
Un esempio emblematico è una scena in cui Eleonora racconta una favola ai suoi nipoti, che, nel corso della loro vita, non hanno mai visto la nonna a teatro, nemmeno sua figlia. Per questa sequenza abbiamo ricreato un letto a baldacchino che richiama la bocca di scena di un teatro, ed è in quel momento di racconto che assistono realmente anche se per pochi minuti, a chi fosse la grande Duse.

Gaspare De Pascali

condividi articolo

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *