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NAPOLI CHE CANTA
di Roberto Roberti

L'intreccio tra film e canzone era così stretto nel Cinemanapoletano di inizio novecento che quando le pellicole ispirate ad un motivomusicale piedigrottesco andavano all'estero, viaggiavano accompagnate da uninterprete che aveva il compito di cantare la canzone portante durante laproiezione del film.Il canto del cigno di questo genere di rappresentazioni èsenza dubbio un curioso film del 1926 dal titolo NAPOLI CHE CANTA opera diRoberto Roberti, uno dei più interessanti autori del periodo del muto ma piùnoto, oggi, per essere il padre di Sergio Leone, il mitico regista conosciutoin tutto il mondo per i suoi spaghetti western (e per C'ERA UNA VOLTA INAMERICA).NAPOLI CHE CANTA per il clima sempre più ostile alregionalismo introdotto dal regime fascista, ebbe vita difficile in patria edera andato poi disperso. Solo in anni recenti, una copia in doppia versione, initaliano (e in parte in napoletano) e inglese, destinata evidentemente alpubblico d'oltre Oceano, è stata recuperata in California e restaurata.

Il filmdi Roberti è un vero e proprio manifesto della vecchia icona napoletana, unagalleria di tratti caratteristici della città e della sua tradizioneantropologica e musicale. Le immagini presuppongono il sottofondo sonoro di unaserie di canzoni napoletane che le completano. Al punto che le didascalie,sopravvissute nella grafica elegante dell'epoca, sono spesso i versi dellecanzoni stesse. E una buona parte delle scene non sono altro che la singolacanzone "sceneggiata". La particolarità di questo film è che nonmette in scena una storia, come avveniva normalmente nella sceneggiata, maillustra, per tutta la durata della proiezione, una scelta delle canzoni piùcelebri.
Il resto del film è costituito di una ricchissima galleria di scorci,caratteri, personaggi e luoghi ripresi "dal vero" di quel che restavadella icona napoletana. La messa in scena delle canzoni e le ripreserealistiche sono miscelate e alternate secondo un criterio espressivo percreare un'atmosfera. Il risultato è una sorta di grande raffigurazione in cuiogni quadro recitato, ogni ripresa, ogni fotogramma rappresenta un'idealetessera di mosaico che concorre a disegnare l'insieme. Non si sviluppa unracconto vero e proprio, ma il racconto è una "visione" che contienela scelta del meglio di una protagonista assoluta: Napoli.


A cominciare dai luoghi fisici della città e dei dintorni(fino alla costiera amalfitana), alle celebri vedute, gli edifici, le strade,le piazze, le fontane, i monumenti, le marine, il porto fino alla famosafinestrella di Marechiaro. La realtà folclorica o antropologica, dallatarantella ai mercati affollati, dagli infiniti mestieri degli ambulanti(venditori di taralli, di pentole, ecc..) ai chioschi sparsi per le strade,dalla serenata cantata dall'innamorato sotto la finestra della sua bella allelampare dei pescatori nel mare del golfo, dalla tradizionale tavolata su unaterrazza a mare, nella cornice di Posillipo, alla devozione degli abitanti diun vicolo davanti al crocefisso di quartiere, dalla canzone eseguita per stradada un piccolo complesso musicale alla "banda del celebre maestroCaravaglios" (come precisa scrupolosamente la didascalia) che si esibiscenella villa comunale per un pubblico borghese in abiti eleganti e pagliette.

Ogni immagine, ogni situazione, ogni caratterizzazione èscandita dalla canzone corrispondente che, in maniera letterale, vieneriportata nelle didascalie, almeno nell'attacco iniziale. "Che bella cosaè 'na jurnata 'e sole...", "Quanno sponta la luna aMarechiaro...". Il resto delle scritte, con brevi commenti initaliano,  tende ad accrescere l'aurapoetica e nostalgica del film. Abbondano frasi e termini del tipo: "pausadell'anima", "fascino", "soavi rimpianti", "amoreeterno". Bisogna tener presente che questo "racconto" eraaccompagnato e sostenuto dalla eccezionale capacità evocativa delle canzoni,cantate da un interprete dal vivo e c'è da supporre che il pubblico si unisseal canto in sala durante la proiezione.

Il coinvolgimento degli spettatori,attraverso la combinazione di immagini, musica e canto, era maggiore durante laproiezione che si aveva all'estero presso le comunità di emigranti separate datempo dal luogo d'origine. Del resto, non mancavano almeno due caratteristichedall'effetto irresistibile: quello del canto della donna sotto una prigione eindirizzato all'innamorato dietro le sbarre (introdotto dalla canzone Sotto 'ecancelle); e quello, immancabile, dell'emigrante che si imbarca per l'America("Partono i bastimenti pe' terre assai luntane"). Nel film di Robertivi è anche la descrizione, così simile a tante altre opere che riprendevanoquesto aspetto, dell'allontanamento progressivo dalla città, con un montaggioalternato, in cui si vedeva la nave prendere il largo mentre i luoghi canonici( la collina del Vomero, San Martino, la costa di Posillipo) venivanoaccarezzati dallo sguardo, velato di lacrime, dell'emigrante mentre la città sispegne in lontananza.

La scena della partenza viene sapientemente messa allafine della lunga galleria di situazioni patetiche. Le lacrime sullo schermosgorgavano a fiumi e, c'è da esserne certi, lo stesso avveniva in sala durantela proiezione. Lacrime e nostalgia grondavano questi film e l'opera di Robertinon faceva eccezione, anzi raccoglieva il massimo degli stereotipi del Cinemasull'emigrazione.

NAPOLI CHE CANTA è costituito per lo più da sequenze ripresedal vero, come avveniva per i normali documentari. Un apparente paradosso che,con la complicità della musica, si serviva ampiamente di immagini realisticheper produrre una sorta di psicodramma collettivo in cui si toccavano le cordedella nostalgia e del rimpianto dando sfogo ai sentimenti degli spettatori.Magia del Cinema, e della musica napoletana, capaci di mettere in scena unavisione unica nel suo genere.

"Fine della Visione" è infatti il testoletterale dell'ultima didascalia.
A riprova, ancora una volta, del potenziale inesauribile racchiusonell'icona napoletana.
(da L'ALBA DEL CINEMA IN CAMPANIA di Pasquale Iaccio)
napoli che canta belmont a new york
napoli che canta 9_1289837913
napoli che canta veduta costiera
napoli che canta donna
napoli che canta scena
napoli che canta troupe del film
Il 2 aprile del 2004 esce l'album Napoli che canta di Giuni Russo, che comprende la suite musicale realizzata per l'omonimo film muto girato nel 1926 da Roberto Leone Roberti; la relativa pellicola era stata ritrovata negli Stati Uniti dopo molti anni in cui sembrava se ne fossero perse le tracce, anche a causa dell'ostracismo del regime fascista, che non vedeva di buon occhio uno dei temi trattati, cioè quello dell'emigrazione. Tra i tanti classici napoletani inclusi nella suite musicale, compare l'inedita A cchiù bella, una poesia di Totò musicata dalla stessa Giuni con Maria Antonietta Sisini. 
La colonna sonora di NAPOLI CHE CANTA con la suite musicale cantata da Giuni Russo si può ascoltare grazie a Spotify in questa pagina.

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