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LA GRANDE BELLEZZA
di Paolo Sorrentino

La Grande Bellezza è un film del 2013 diretto da Paolo Sorrentino. È stato presentato in concorso al Festival di Cannes 2013.

Ha vinto il Premio Oscar come miglior film in lingua straniera, il Golden Globe come miglior film straniero, il BAFTA come miglior film in lingua straniera, quattro European Film Award (film regista/Paolo Sorrentino,, attore/Toni Servillo, montaggio/Cristiano Travaglioli), nove David di Donatello (regia/Paolo Sorrentino, attore/Toni Servillo, produttore/Nicola Giuliano-Francesca Cima, fotografia/Luca Bigazzi, scenografia/Stefania Cella, costumi/Daniela Ciancio, trucco/Maurizio Silvi, acconciature/Aldo Signoretti, effetti speciali/Rodolfo Migliari-Luca Della Grotta), cinque Nastri d'Argento (Toni Servillo, Carlo Verdone, Sabrina Ferilli, fotografia/Luca Bigazzi, presa diretta/Emanuele Cecere) e numerosi altri premi internazionali


la-grande-bellezza(locandina provvisoria)
SCHEDA TECNICA

drammatico, Italia 2013

regia: Paolo Sorrentino

sceneggiatura: Paolo Sorrentino, Umberto Contarello

fotografia: Luca Bigazzi

montaggio: Cristiano Travaglioli

musiche: Lele Marchitelli

scenografia: Stefania Cella

costumi: Daniela Ciancio

produzione: Nicola Giuliano, Indigo Film, Pathè, Viola Prestieri, Babe Film

cast: Toni Servillo, Carlo Verdone, Sabrina Ferilli, Carlo Buccirosso, Iaia Forte, Roberto Herlitzka, Ivan Franek, Giorgio Pasotti, Isabella Ferrari, Pamela Villoresi, Giovanna Vignola, Dario Cantarelli, Luca Marinelli, Lillo, Galatea Ranzi, Massimo Popolizio

CRITICA:

È stato osservato che mentre la critica cinematografica internazionale ha giudicato in genere positivamente il film di Sorrentino, quella italiana si è divisa in giudizi severi: 
«Magari La grande bellezza si accontentasse di essere un brutto film. È piuttosto "un'esperienza emotiva inedita", come ha scritto Walter Veltroni sul Messaggero di ieri.» (Nanni Delbecchi, recensione su Il Fatto Quotidiano, 30 maggio 2013) 
o di grande apprezzamento: 
«È un film disorganico, opulento, frammentario e sfacciato, ma anche bello da ridurti in lacrime, questo omaggio alla Capitale firmato da Paolo Sorrentino.» (Alessia Starace, recensione su Movieplayer.it, 21 maggio 2013) 
Contrasto di giudizi che è stato variamente interpretato, ma che nelle valutazioni negative sembra ricollegarsi al motivo ricorrente della supposta presunzione ed ambizione del regista di proporre una sua visione, quasi un seguito de La dolce vita di Federico Fellini, che trova invece accoglienza nell'immaginario degli spettatori stranieri che apprezzano questa riproposizione. Viene però notato che in realtà: 
«La grande bellezza sta a La dolce vita come la via Veneto di oggi sta alla via Veneto del 1959. Adesso è solo una strada di hotel di lusso dove è vano ricercare il clima notturno di un tempo: i caffè affollati di artisti e intellettuali, le scorribande di divi e fotografi, i night-club frequentati da una variegata fauna di nobili, perdigiorno e letterati.» (Alessandra Levantesi Kezich, recensione su La Stampa, 21 maggio 2013) 
«La dolce vita è entrato nella storia perché fu un corto circuito tra l'immaginazione di Fellini e una Roma vera, viva, esagerata, in un certo senso già felliniana di suo. I paparazzi e i divi c'erano davvero, gli scrittori di talento che si dissipavano e lavoravano per il cinema pure.» (Nanni Delbecchi, recensione su Il Fatto Quotidiano, 30 maggio 2013) 
Si rimprovera inoltre al regista una compassata freddezza e distanza dai personaggi della sua storia e dalla bellezza di Roma che è la grande protagonista incombente in tutto il film: «Il Fellini della Dolce vita, cui si pensa immancabilmente, aveva una pietas profonda verso i suoi personaggi, e quella compassione permetteva allo spettatore di allora come di adesso, di agire una qualche proiezione emotiva. La grande bellezza di Sorrentino è invece abissale, freddissima, distanziata, un ologramma sullo sfondo.» (Dario Zonta, recensione su MyMovies) 
Per altri invece proprio la rivisitazione dei temi felliniani nella visione di Sorrentino costituisce il maggior titolo di merito del film:
 
«Con tutte le rughe, gli eccessi, la sovrabbondanza di scene e "finali", il difficile paragone con Fellini e quant'altro gli si voglia attribuire come difetto io da semplice appassionato spettatore dico Capolavoro Indimenticabile!! Perché davvero emozionante e sincero. » (Luciano Stella, recensione su L'Huffington Post, 17 gennaio 2014) 
Mariarosa Mancuso, su Il Foglio, fa notare come nelle scene degli incontri e delle feste sulle terrazze romane non sia stato incluso nessun personaggio che abbia a che fare con la politica, a differenza, ad esempio, de La terrazza di Ettore Scola, a cui la pellicola di Sorrentino è stata paragonata. 
Stenio Solinas, in un articolo per Il Giornale, si focalizza sull'importanza che ha il tempo all'interno della pellicola: 
«Il tempo è infatti il tema della Grande bellezza. Lo abbiamo sprecato, ce lo siamo lasciati sfuggire tra le mani, e ora non resta altro che il ricordo, la memoria, la nostalgia. Quest'ultima è una delle poche armi a nostra difesa, dice uno dei tanti protagonisti del film, il meno cinico, il più fragile e insieme l'unico che cerchi di trovare una via di fuga (Carlo Verdone)» (Stenio Solinas, recensione su Il Giornale, 22 maggio 2013) 
Natalia Aspesi, su Repubblica, ha elogiato il film non solo per la trama e la caratterizzazione dei personaggi ma anche per la sceneggiatura e la colonna sonora:
 
«Con La grande bellezza Paolo Sorrentino sembra voler convincere che sì, quella che racconta è davvero “una Babilonia disperata” nel cuore oscuro e invidiato della capitale: e sembra riuscirci con la forza delle immagini e i virtuosismi visivi (di Luca Bigazzi), con il montaggio implacabile (di Cristiano Travaglioli), la colonna sonora (di Lele Marchitelli), che stordisce con la disco music e incanta con la musica sacra, una sceneggiatura (di Sorrentino, che è un vero scrittore, e Umberto Contarello) veloce e crudele.» (Natalia Aspesi, recensione su Repubblica, 21 maggio 2013) 
C'è chi ha apprezzato soprattutto il contrasto tra i concetti di bellezza e di morte all'interno del film: 
«Non c'è bellezza nella Roma splendida di Sorrentino. La volgarità e il cinismo ne sono padroni, come lo sono di Jep, che tuttavia ne ha orrore... non ha vie d'uscita. O ha la sola che la vita garantisce a tutti. Lui l'attende... un ritorno a casa e alla grande bellezza di un amore intenso e dolce dei vent'anni. Ma sopra le immagini luminose di quella bellezza emerge la decrepitezza della santa africana. Il suo corpo e il suo viso si tendono nello sforzo di salire una scala che dovrebbe garantirle l'indulgenza per sfuggire alle fiamme dell'inferno. E a noi sembrano lo spasimo stesso della morte.» (Roberto Escobar, recensione su l'Espresso, , 30 maggio 2013)

Jay Weissberg di Variety descrive il film come «Un’ intensa e spesso sorprendente festa cinematografica che rende onore a Roma in tutto il suo splendore e la sua superficialità
Sul Guardian Peter Bardshaw recensisce il film valutandolo con 5 stelle su 5 (definendolo «straordinario») e conclude la sua critica scrivendo che «...per la sua intensa, insopportabile malinconia, la sequenza dei titoli di coda deve essere guardata fino alla fine, fino a che lo schermo si oscura. »
Il critico cinematografico Robbie Colins, sul Daily Telegraph, definisce la pellicola «...un carnevale di immagini vagamente collegate, costituito dalle feste che durano tutta la notte, dai festini dell'alta società e dalle oscure riunioni di religiosi [...] un brillante colpo di cinema che fa scoppiare il tuo cuore, fa viaggiare la tua mente e fa ruggire la tua anima. »

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recensione a cura di Paco De Renzis
La decadenza del Belpaese nello sguardo visionario di Paolo Sorrentino


La genialità visionaria nelCinema è rappresentata dalla potenza delle immagini unita al simbolismo dellescene. In Italia il migliore regista ad esprimere tali caratteristiche nel suolavoro è Paolo Sorrentino, e scorrendo la sua filmografia non si fa alcunafatica a trovare dimostrazioni di Cinema visionario con picchi estremi e di piùalta qualità ne Le Conseguenze dell'amore e Il Divo.
L'evoluzionestilistico - narrativa ha portato Sorrentino a girare La Grande Bellezza,un'opera altamente simbolica e potente non solo nelle immagini ma nei connotativiscerali del racconto, in una specie di "viaggio" attraverso gliinferi di un'umanità lacerata e deformata. Emblematico traghettatore che ciaccompagna alla scoperta di questa fauna infernale è Jep Gambardella, scrittorenapoletano che si è inventato giornalista, cronista delle stravaganzeartistiche per manifesta pigrizia, perché "Roma ti deconcentra": a 25 anni scrisse il suo primo e unicoromanzo avendo un successo inaspettato e trasferitosi a Roma fu travolto dalvortice della mondanità senza più uscirne.

Divenuto il re dei mondani, uno deiprincipali organizzatori di feste della Capitale, Jep, sessantenne, passa lesue giornate tra riunioni più confidenziali che lavorative con la direttricedel giornale per cui scrive, incursioni nell'arte moderna per interviste apersone o articoli su argomenti per cui prova scarso interesse, chiacchieratecon il suo migliore amico, un poeta fallito che sogna di scrivere un drammateatrale ma cerca di vivacchiare tentando di convincere Jep a fare unlibro-intervista sulla sua vita; mentre la sera, quando non ci sono feste oappuntamenti mondani, riunisce alcuni degli "amici" più fedeli perfare salotto sulla sua terrazza con vista Colosseo per "parlare di vacuità, perché non vogliamo misurarci con la nostrameschinità...siamo tutti sull'orlo della disperazione, non abbiamo altrorimedio che farci compagnia, prenderci un po' in giro". Al termine diqueste nottate imperniate sul nulla che, come Flaubert, avrebbe voglia diraccontare in un romanzo, Jep si rifugia nelle passeggiate attraverso "lagrande bellezza" che lo circonda, la bellezza solenne della città eterna, unabellezza talmente sbalorditiva da essere letale per un turista giapponese ilcui cuore non regge alla vista di Roma dalla terrazza naturale delGianicolo. 

E' grazie alla "grandebellezza" che Jep ritrova in alcuni momenti la sua giovinezza, la magiadei ricordi, di un amore che non ha mai dimenticato e che torna a fargli visitaa distanza di quarant'anni; ma forse è troppo tardi per riprendersi un futuroche allora gli sembrava florido e pieno di aspettative, di promesse oramaifallite...o forse c'è sempre tempo per risvegliarsi dall'appiattimentodell'orrido disincanto con la consapevolezza che "a 65 anni non posso più perdere tempo a fare cose che non mi va di fare",perché arriva il tempo in cui non basta averla intorno "la grandebellezza" ma si sente la necessità di trovarla in sé, di viverla, di farneparte.

L'ultimo film di Paolo Sorrentinoè un impietoso ritratto dell'Italia moderna, del decadimento di una società cheincapace di essere all'altezza dell'immensa bellezza in cui vive si èabbandonata al nulla assoluto trincerandosi dietro ad una moralità e adun'integrità ideologica solo apparenti: false amicizie, rapporti diconvenienza, genuflessioni e riverenze ad un clero troppo occupato con lamondanità e con le ricette di cucina per interessarsi ai dubbi esistenziali espirituali di un gregge fatto di pecore che per quanto cerchino di essereoriginali finiscono per rassomigliarsi tutte grazie alla nuova divinitàimpersonata da un chirurgo estetico. 
Ilprotagonista Jep Gambardella è l'emblema di un sogno svanito, di un paesetalmente pieno di risorse da non sapere che farsene e invece di arrovellarsi eimpegnarsi per capire come elevarsi e sfruttare "la grande bellezza"si accontenta della vacuità in cui galleggia. Il racconto di Sorrentino evitail moralismo, ma riempie di significati tutti i frammenti che mostra, unendo ilferoce sarcasmo alla malinconia più assoluta, il kitsch sfrenato all'austeritàdei monumenti romani, la morte come dramma ma anche come opportunità di farsivedere, vetrina irrinunciabile.


La Grande Bellezza
trova nelle figure disegnate nella sceneggiatura da Sorrentino e UmbertoContarello le ideali rappresentazioni di un'umanità naufragata nel denaro enella menzogna, occupata ad apparire e a tenere a riposo una coscienza che nonha valore spendibile nella propria esistenza e nella società che la prende comeriferimento. Se briciole di sincerità si ritrovano lungo il percorso di questastoria si devono a personaggi che lambiscono solamente l'umanità di cui sopra eambiscono a farne parte vuoi per il luccichio costante e la gioia apparentemostrata da quel mondo vuoi per assicurarsi un futuro senza tribolazioni; cosìcome il migliore amico di Jep che, interpretato da un bravissimo Carlo Verdone,è una figura patetica e triste per il suo costante fallimento e il vivere diriflesso all'amico celebre e talentuoso a cui però dimostrerà il coraggio diuna decisione che, nonostante abbia il sapore della sconfitta, paleserà barlumidi dignità in persone che ne avevano dimenticato il significato.

Ad interpretareJep Gambardella è uno stratosferico Toni Servillo, capace di sorprendere ognivolta di più, folgorante nel timbrare con indolenza e umorismo partenopeo ilpersonaggio del giornalista - scrittore donandogli sprazzi di cinismo eteatralità ostentata e nello stesso tempo riuscendo a esprimere commozione neifrangenti in cui sono i ricordi e la malinconia a smascherarlo. Il resto delcast è composto da attori integratisi perfettamente con il lavoro di Sorrentinoa cominciare da Carlo Buccirosso che è destinato a diventare il caratterista difiducia del regista, passando per la piccola grande Giovanna Vignola, IaiaForte, Sabrina Ferilli, Galatea Ranzi, Massimo Popolizio, Roberto Herlitzka,Pamela Villoresi, Isabella Ferrari, Massimo de Francovich, Giorgio Pasotti,Luca Marinelli, Ivan Franek, Anita Kravos, Dario Cantarelli, davvero tuttibravi in ruoli più o meno brevi ma a loro modo sintomatici per descrivere almeglio la "fauna infernale" che circonda il protagonista.


Una magnifica fotografia che va dagliinterni di case lussuose e di palazzi storici della nobiltà nera (papalina) alleprofonde meraviglie architettoniche e naturali di Roma, porta la firma di LucaBigazzi, occhio ideale per dare vita alle immagini desiderate e narrate daPaolo Sorrentino a cui il montaggio di Cristiano Travaglioli fa da collante tantoinesorabile quanto creativo.
Il regista napoletano con l'ultimapellicola girata ha aggiunto un tassello fondamentale alla sua scalata versoquell'Olimpo cinematografico formato dagli autori che hanno lasciato il segnonella Settima Arte: La Grande Bellezza è un film triste, simbolico, poetico, amaro,dissacrante, ambiguo....senz'altro di difficile presa popolare ma non perquesto elitario o sperimentale. La Grande Bellezza è un'opera cinematografica dielevata qualità e straordinaria e simbolica efficacia narrativa.

(articolo pubblicato da L'Indiependente Webzine)

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