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L'ORO DI NAPOLI
di Vittorio De Sica

Film in 5 episodi, tratti da 6 racconti di Giuseppe Marotta, raccolti nel libro omonimo (1947): "Il guappo" (Totò, Gennaro, Carell, da "Trent'anni, diconsi trenta"); "Pizze a credito" (Loren, Furia, Stoppa, Rondinella, da "Gente nel vicolo" e "La morte a Napoli"); "I giocatori" (De Sica, Bilancioni, dal racconto omonimo); "Teresa" (Mangano, Crisa, Maestri, da "Personaggi in busta chiusa"); "Il professore" (De Filippo, Pica, Crosio, da "Don Ersilio Miccio vendeva saggezza"). Dall'edizione commerciale fu eliminato "Il funeralino", elegiaco e bellissimo. Difficile fare una graduatoria in un film di insolita omogeneità, tematica e stilistica, se non basandosi sui gusti personali. I suoi limiti sono, in fondo, quelli di Marotta di cui, comunque, si accentua la vena umoristica più di quella malinconica, l'allegria più che la tristezza. L'oro di Napoli è la pazienza, "la possibilità di rialzarsi dopo ogni caduta; una remota, ereditaria, intelligente, superiore pazienza". È il suo tema conduttore. Non è un film neorealista. Di maniera nel suo bozzettismo? Troppo teatrale e calligrafico? Forse, ma riscattato dalla sagace direzione desichiana degli attori e dallo stesso teatralismo del popolo dei "bassi" napoletani. Lo si vede soprattutto in "Teresa" dove Marotta guadagna in intensità quel che perde in colore e nella coralità di "Il professore"
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SCHEDA TECNICA

commedia, Italia 1954

regia: Vittorio De Sica

sceneggiatura: Cesare Zavattini, Giuseppe Marotta, Vittorio De Sica

produzione: Dino De Laurentiis, Carlo Ponti

fotografia: Carlo Montuori

montaggio: Eraldo Da Roma

cast: Totò, Eduardo De Filippo, Sofia Loren, Vittorio De Sica, Paolo Stoppa, Silvana Mangano, Giacomo Furia, Lianella Carell, Tina Pica

L'ORO DI NAPOLI
guarda il film
recensione a cura di Paco De Renzis
Il ritratto dell'animo partenopeo dalla penna diMarotta all'occhio di De Sica


Sonopassati circa sessant’anni da quel 23 dicembre del 1954; quel giorno usciva nellesale un film che molti critici di allora definirono un azzardo di uno deimaestri del neorealismo, Vittorio De Sica, dove azzardo non era sinonimo disperimentazione ma di declino verso quel cinema che già in quegli anni sidiceva venisse fatto apposta per compiacere il pubblico. Al maestro veniva imputato ilfatto di affidarsi alla maschera di Totò, allora tutt’altro che apprezzato eper niente sdoganato dalla critica, alle forme prorompenti di una diciannovennenapoletana alle prime armi, tal Sofia Loren, nonché ad un’immagine oleograficadella città di Napoli e ad una banalizzazione dei suoi problemi. 

Molti di quelli che usavanoquesta terminologia per punzecchiare la sensibilità di De Sica non solo nonavevano ancora visto la pellicola, e ne parlavano a prescindere, ma non sierano degnati nemmeno d’informarsi sulla pubblicazione da cui il regista avevatratto gli episodi di vita vissuta che aveva deciso di trasporre in immagini:il libro in questione, L’oro di Napoli da cui il nome del film, è unaraccolta di racconti che mettono a nudo le debolezze storiche del popolopartenopeo, la sua assoluta voglia di libertà che prima o poi sfocia in rivoltao in gesti emblematici e significativi e quasi sempre eclatanti e rimbombanti,l’astuzia troppe volte sorella gemella di quell’ingenuità per cui si è capacidi credere di essere sempre più furbi degli altri mentre questi, magari,all’insaputa dell’interessato gliela stanno facendo sotto il naso…il ciuccio,in questo caso più che il cane, che si morde la coda.
 

L’opera di Giuseppe Marotta ètoccante e formidabile nella sua semplicità, genuinità e principalmente perchéchi è napoletano o chi conosce bene i napoletani vede in queste paginenient’altro che cronache reali dello spaccato di vita e pensiero partenopeo; echi altri se non il regista di Ibambini ci guardano – Ladridi biciclette – Sciuscià – Umberto D. – Miracolo a Milano poteva azzardarsi a dare forma a questiscampoli di realtà di quella Napoli da cui era stato letteralmente rapito neglianni a cavallo della seconda guerra mondiale? 

Vittorio De Sica vinse lascommessa e fece ricredere parecchie di quelle persone inizialmente scettichesul progetto, oltre ad avere un considerevole riscontro nelle sale: cinqueepisodi (inizialmente erano sei ma la sequenza riguardante Il funeralino fu eliminata perché considerata deprimente per unpubblico natalizio, periodo in cui il film arrivò in sala) che rievocano ilpittoresco mondo dei bassi napoletani, così come descritti da Marotta, passandodalle vicende della bella pizzaiola Sofia Loren, alle prese con un anelloperso, alla febbre del gioco di un nobile decaduto, interpretato magistralmentedallo stesso De Sica, pronto a impegnarsi tutti gli averi, che in realtà nonpossiede, per una partita a “scopetta” con un bambino tanto precoce quantofortunato; l’episodio forse più malinconico, con accenti esistenzialisti piùche da commedia, è quello che vede protagonista la brava Silvana Mangano nei pannidi una prostituta sposata da un giovanotto della Napoli bene per volontà diespiazione.
 

Capolavori di recitazione, disintesi della filosofia napoletana, e di capacità di tecnica registica sono gliepisodi in cui a farla da padroni sono due simboli della cultura del Novecento:ne Il guappo Totò interpreta un padredi famiglia che per campare fa “il pazzariello” (figura storica a Napoli,utilizzata per inaugurazioni e feste con banda al seguito e riconoscibile dalgrido “Attenzione! Battaglione!”) cheè costretto ad ospitare in casa il boss del quartiere servito e riverito comefosse il padrone, fino a quando orgoglio e insofferenza non cominciano a farsisentire; ne Il professore simaterializza il teatro di Eduardo De Filippo, che rielabora per il cinema moltidei simboli della drammaturgia eduardiana rievocandola con poche battute edisegnandosi addosso un personaggio incredibile, il professore del titolo, dacui la povera gente del quartiere va per chiedere consigli, per risolverepiccole e grandi questioni del quotidiano, dalle necessità basilari di ogniessere umano agli abusi dei prepotenti che, come insegnerà il professore,possono essere spazzati via con una efficientissima cura di pernacchi (maquelli fatti bene!), che, per la loro irriverenza, possono risultare molto piùdolorosi della stoccata di una molletta (coltello).  

Larappresentazione di una città unica, "la più fotogenica, la più umanad'Italia e del mondo"Sceneggiato dallo stesso Marottacon Cesare Zavattini, L'oro di Napoli comincia con unavoce narrante che dice:"Voi vedretein questo film luoghi e gente di Napoli. Infiniti sono gli aspetti splendidi eumili, tristi e gioiosi dei vicoli partenopei. Noi ne mostriamo soltanto unapiccola parte, ma troverete ugualmente tracce di quell'amore di vita, di quellapazienza e di quella continua speranza che sono l'oro di Napoli". Nellapellicola di Vittorio De Sica la città subisce "un'attenta analisigeografica e l'occhio dell'autore avvicina personaggi lontani fra loro perclasse sociale (Totò pazzariello che insorge contro il camorrista), indole (lapizzaiola Sofia alle prese con il marito, Giacomo Furia, tradito ma piùinteressato all'anello perduto dalla moglie che alla sua fedeltà), attese (ilprofessore che elargisce consigli alla popolazione del quartiere comestratagemmi risolutivi dei loro problemi).

I veri protagonisti sono coloro chesanno emergere da situazioni esasperate (la ragazza di strada che sposa ungiovane vedovo ricco), dall'osservanza ai riti funebri (il funerale del bambinoche la mamma vuole celebrare con tutti gli onori) e alle regole diun'aristocrazia ormai decadente (il Conte interdetto dalla moglie per il suovizio inguaribile del gioco d'azzardo costringe il piccolo figlio del portinaioa giocare con lui a carte venendo puntualmente battuto).
La volontà di sopravvivere comegesto di ribellione e poi di accettazione, è il segno della capacità diadattamento dell'uomo napoletano, e la città del Vesuvio è la rappresentazioneideale di uno spazio capace di resistere nonostante le numerose problematichesociali".  

Grazie all’associazione “Amici diVittorio De Sica”, presieduta dal figlio del regista Manuel, e allacollaborazione di Aurelio De Laurentis, titolare dei diritti del film, L’oro di Napoli è statorestaurato, e, presentato in occasione delle celebrazioni per il bicentenariodella Provincia di Napoli, in questa nuova versione, nella splendida cornicedel Teatro San Carlo con un parterre di celebrità ed addetti ai lavori tra cuispiccava Sofia Loren, protagonista della pellicola e a maggior ragione madrinadella serata.
 Dasottolineare che nella versione riportata alla luce il film ritrova tutti e seigli episodi, compreso l’intenso ed emozionante Il funeralino con l’esordiente Teresa De Vita; riguardare quell’episodiooggi è emblematico, con quella madre che segue affranta il bianco carro funebrein via Caracciolo ('a strada grande),con sullo sfondo Castel dell’Ovo, lanciando confetti per strada, confetti chevengono raccolti da una miriade di scugnizzi affamati creando un filo logico dabrividi che unisce l’infanzia perduta per una vita che non può più esserevissuta e l’infanzia rubata da quel destino che disegna un’inevitabileesistenza sempre in bilico.

Aproposito dell'anima partenopea Vittorio De Sica diceva:"Tutta la mia attività registica la svolgereisempre a Napoli, perché è una città che veramente mi dà degli impulsi umani,poetici, artistici, Napoli è la città più fotogenica, più umana, di tutte lecittà d'Italia e del mondo". 

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