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Il Cinema popolare -
dal dopoguerra agli anni '50
malaspina
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Negli anni sofferti del dopoguerra, la cultura cinematografica nazionale paventava con gran disorientamento i tracciati del riassetto produttivo. Fin dai precedenti bellici, il fascismo aveva inciso drasticamente sulle scelte ideologiche della progettazione cinematografica: la valenza espressiva dei contenuti culturali regionalistici subì la forza della abiura; all'unisono fu bandita dal contesto artistico ogni forma di tradizione popolare e dialettale. Il Cinema italiano vide così svanire nell'ombra i miti e le glorie di un passato nazionale. Inaspettatamente fu proprio questo Cinema - il cosiddetto Cinema regionale - che dal '46 in poi tornò con viva forza alla ribalta, rinvigorito da una molteplicità di elementi spontaneistici che ben rappresentavano la realtà disfatta del Paese.

A Napoli un geniale cineasta, Roberto Amoroso, in tal senso diede il via ad una spettacolare operazione cinematografica, che senz'altro segnò la rinascita e la vittoria di quei canoni ideativi che il regime aveva censurato, perché definiti bassi, volgari, materia, nel suo insieme, non degna di essere rappresentata né sul territorio nazionale, né su quello straniero. Amoroso, con una mistura sapiente di scenografia e ambiente, rispose al centro del soggetto filmografico la sconcertante tipologia della plebe partenopea - lo scugnizzo, il guappo, il camorrista, il disperato, la prostituta - tutti personaggi che già avevano dato vita alle storiche ambientazioni del melodramma popolare del Cinema muto.


Egli era solito affermare che "le pellicole strappacuore girate mentre erutta il Vesuvio" rivestivano il significato sociale di una missione, e che tutto ciò che toccava nella fattispecie la realtà di Napoli, andava dignitosamente interpretato con l'ardore di un Masaniello. E' forse proprio al pari di un eroico guascone che l'autore va ricordato e riproposto.

Nel 1945 armato della sua preziosissima Pathé, Amoroso decise di girare il suo primo film, Malaspina: i mezzi mancavano del tutto, bisognava organizzare e garantire la riuscita dell'intendimento. Acquistò i diritti di una vecchia canzone allora in voga, e la sceneggiò con quella tecnica che aveva appreso frequentando il Salone Margherita. Napoli fu lo scenario naturale di tutte le riprese, interne ed esterne, lo sfondo ideale costellato di lutti e miserie, di violenza disperata, di sfacelo e corruzione, di lealtà e solidarietà umana. Le parti vennero affidate a due interpreti, dialettale l'uno, una soubrette di avanspettacolo l'altra. Il resto degli attori venne reclutato dalla strada, e precisamente dai quartieri popolari che fecero da cornice al film.

La sceneggiatura ricalcava una drammatica vicenda di cronaca amorosa, triste e spietata, come tutte le povere storie di allora su cui si innestava la ripresa diretta dell'ingresso dei carrarmati alleati in città. In conseguenza di ciò, il film assunse il valore di una documentazione reale, una sorta di instant-movie sulle vicissitudini di quel momento storico. Due anni trascorsero dalla conclusione delle riprese, dallo sviluppo delle pellicole, dall'organizzazione del montaggio sonoro, dalla distribuzione dei noleggiatori.

Il tutto si concluse con un meritato esito positivo: il 1° maggio 1947, seguì la prima di Malaspina in quattro cinematografi partenopei. Il pioniere Amoroso ignorava di aver creato un genere. Un redattore francese, dopo aver assistito per caso alla proiezione, definì neorealista il talento dell'autore; giudizio espresso, in seguito, anche da Cesare Zavattini.
Nei cinematografi, la proiezione durava ininterrottamente per ore ed ore; il pubblico entusiasta applaudiva al successo. E mentre la gente comune, a frotte si identificava nelle scene del film, Roberto Amoroso partì alla volta di Roma con un gruppo di cineasti partenopei, con l'intento preciso di riconquistare i confini di un Cinema effettivamente nazionale.


di Maria Cristina De Crescenzo
da Napoli, una città nel Cinema BIBLIOTECA UNIVERSITARIA DI NAPOLI


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