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“Je so’ pazzo”, raccontare Pino Daniele senza inseguire il mito

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Il film di Nicola Prosatore attraversa gli anni della formazione e dell’esplosione artistica del bluesman partenopeo, tra radici familiari, ferite mai rimarginate e l’amore tormentato per Napoli

Scrivere di Je so’ pazzo non è semplice. Quando il protagonista di un film è un artista che ha accompagnato la tua vita, al punto da ritrovarti con gli occhi lucidi durante la proiezione, il rischio è quello di lasciarsi sopraffare dall’emozione, in positivo o in negativo. Bisogna allora provare a mettere da parte il cuore, almeno per il tempo necessario a riconoscere il valore di un’opera cinematografica che Nicola Prosatore ha affrontato con coraggio, scegliendo una strada tutt’altro che facile.

Raccontare Pino Daniele significa confrontarsi con un patrimonio musicale e sentimentale che appartiene a Napoli, ma non soltanto. Ancora più complicato è circoscrivere la narrazione a un periodo preciso, dal 1976 al 1981, seguendo il passaggio dal ragazzo dei vicoli all’artista destinato a rivoluzionare la musica italiana.

Je so’ pazzo, liberamente tratto dal libro Pino Daniele – “Tutto quello che mi ha dato emozione viene alla luce” di Alessandro Daniele, figlio del bluesman, non rinuncia a prendersi libertà narrative, ad inevitabili sintesi e salti temporali, alimentando inevitabilmente interrogativi e polemiche sulla veridicità di alcuni episodi e comportamenti che chi ha “vissuto” Pino potrebbe non riconoscere. È una questione ricorrente nei biopic, soprattutto quando si affrontano personalità tanto amate: il cinema non è un verbale, ma la libertà di raccontare non cancella la sensibilità di chi custodisce ricordi personali.

Prosatore, già convincente all’esordio con Piano piano nel raccontare la periferia napoletana degli anni Ottanta, affronta ancora una città che non fa da semplice sfondo, ma diventa parte integrante della vita dei personaggi. La difficoltà maggiore è raccontare anche l’infanzia di Pino, trascorsa nella Napoli degli anni Sessanta, tra problemi familiari e l’affidamento alle “zie” Lia e Bianca, senza disperdere il racconto principale in continui flashback. La scelta di montare emblematici frammenti di quel passato alternandoli alle vicende di fine anni Settanta e inizio Ottanta è rischiosa, ma lodevole: il passato non interrompe il presente, lo attraversa e lo spiega.

Ci sono la fondamentale amicizia, umana e musicale, condivisa con Rosario Jermano, i contratti, l’incontro con Dorina Giangrande, conosciuta durante la registrazione del primo disco, il matrimonio, i concerti e la nascita della straordinaria formazione con James Senese, Tullio De Piscopo, Tony Esposito, Rino Zurzolo e Joe Amoruso, (nel film Joe Mirabilia). Sullo sfondo, sempre presente, il rapporto tormentato con il padre Gennaro: distante e taciturno, eppure ingombrante, una presenza dalla quale Pino cerca di emanciparsi senza riuscire davvero a liberarsene.

E poi c’è Napoli. Quella dei ricordi del Porto, dei primi concerti davanti a poche persone con i Batracomiomachia, dell’ammirazione per i Napoli Centrale. Quella di Napule è, nata come dichiarazione d’amore e insieme fotografia impietosa di una città contraddittoria. Fino alla rabbia di sentirsi esibito dal padre davanti alla gente, alle lacrime per il terremoto del 1980, accompagnate dalla struggente È sempe sera scritta in ricordo di quella tragedia, e al concerto gratuito del 1981 in piazza del Plebiscito, davanti a duecentomila persone: un gesto d’amore verso una città ferita.

Bravissimo tutto il cast, a partire da Massimiliano Caiazzo, capace di cercare l’uomo dietro il personaggio senza ridursi alla sua imitazione. È questa la strada scelta dagli interpreti: non sosia, ma attori chiamati a restituire caratteri, inquietudini e relazioni. Ottime le prove di Mariasole Pollio (Dorina Giangrande), Giuseppe Brunetti (Rosario Jermano), Giampiero De Concilio (Claudio Poggi), Leonardo Bianconi (Willy David) e i vari componenti delle band di Pino (su tutti Riccardo Betteghella/Rino Zurzolo e Andrè Garofalo/James Senese); una certezza nel ruolo delle zie Monica Nappo e Antonia Truppo così come il Don Vincenzo di Massimiliano Rossi.

Sorprendente Giovanni Ludeno, nei panni del padre di Pino, accompagnato da una convincente Demi Licata, contraltare materno della famiglia Daniele. Un plauso particolare anche a Mirko Della Vecchia, il talentuoso artista partenopeo Mirodimare, che presta voce e chitarra per molte delle canzoni inserite e interpreta Carmine, fratello di Pino. Accanto alle reinterpretazioni di Mirodimare, il film utilizza anche registrazioni originali del “mascalzone latino”, preservando il legame con la sua voce inconfondibile.

Je so’ pazzo non è un racconto definitivo su Pino Daniele, né pretende di esaurire la complessità di un uomo che ha trasformato le proprie radici in un linguaggio universale. È una sorta di romanzo di formazione, un film che osa, con qualche inevitabile fragilità, e che trova proprio nella sua costruzione narrativa e nella ricostruzione di due epoche il coraggio della propria identità. Giudicarlo senza pregiudizi significa riconoscergli il merito di aver cercato di raccontare non soltanto la nascita di un mito, ma la crescita di un ragazzo che, attraverso la musica, provava a fare i conti con se stesso e con la sua città.

E se alla fine le lacrime arrivano, non devono sostituire il giudizio. Ma nemmeno necessariamente impedirlo.

(le foto di scena inserite nell’articolo sono di Nicole Verzaro)

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